M.O., i negoziati partono in salita Le 'spine': colonie e Hamas
Avvio a Washington dei colloqui tra palestinesi e israeliani. Netanyahu: le concessioni vengano da entrambe le parti, riconoscete lo Stato di Israele. Abu Mazen: stop a insediamenti e al blocco di Gaza. Hamas: negoziati illegittimi

Washintgon, 2 settembre 2010 - È il giorno della ripresa dei colloqui diretti tra israeliani e palestinesi, dopo 20 mesi di stop: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato a Washington il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen, davanti al segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. "Con la vostra presenza qui - ha dichiarato la Clinton durante l'apertura dei lavori - avete fatto un passo importante verso la liberazione dei vostri popoli dalle catene di una storia che non possiamo cambiare e verso un futuro di pace e dignità che solo voi potete creare".
Il negoziato parte in salita. Il direttore del Consiglio regionale degli insediamenti in Cisgiordania (Yesha Council) Naftali Bennett, ha annunciato che a partire dal 26 settembre, data in cui scade la moratoria ordinata dal premier Benjamin Netanyahu, comincerà la costruzione di 80 nuovi alloggi. Quello degli insediamenti è il principale ostacolo a una concreta ripresa del processo di pace. La proroga del blocco di dieci mesi è una condizione necessaria per i palestinesi per portare avanti i negoziati.
Un altro problema è rappresentato dalla ripresa degli attacchi terroristici contro i coloni, rivendicati dal Movimento estremita islamico Hamas con la minaccia di continuare con le "operazioni di resistenza". "Sono illegittimi i negoziati di pace diretti fra israeliani e palestinesi che si aprono oggi a Washington - ha detto il portavoce da Gaza, Sami Abu Zuhri - le decisioni che verranno prese non impegneranno il popolo palestinese". "E' inutile dare un anno di tempo (riferendosi alla parole di ieri del presidente Usa, ndr) alle parti per vedere i risultati di questi negoziati diretti - ha spiegato - perché sono 20 anni che si parla di trattative e non abbiamo mai ottenuto niente, se non ulteriori morti, nuove colonie e soprusi ai danni dei palestinesi. Dare un altro anno a loro vuol dire dare altro tempo per ingannare l'opinione pubblica".
Abu Zurhi ha accusato l'Anp (Autorità nazionale palestinese) di aver arrestato 550 militanti di Hamas in Cisgiordania dopo l'uccisione di quattro coloni a Hebron e di aver condotto le indagini contro i militanti del gruppo in cooperazione con le forze israeliane. In seguito all'attacco, uomini armati hanno teso un agguato a Ramallah all'auto su cui viaggiavano un colono israeliano e sua moglie, rimasti feriti nell'attacco. La rivendicazione del braccio armato del movimento islamista, le Brigate dei martiri di Al Aqsa, non si è fatta attendere.
In questo contesto il presidente americano Barack Obama cercherà di far ripartire un processo che porti alla pace entro un anno. "Una pace vera e durevole - ha detto il premier israeliano Netanyahu nella giornata di oggi - può essere raggiunta solo con concessioni dolorose e reciproche da entrambi le parti".
L'incontro tra Netanyahu e Abu Mazen si terrà al Dipartimento di Stato Usa e avrà inizio con una dichiarazione formale dei leader. Seguirà uno scambio di vedute che dovrebbe durare circa tre ore. Un altro problema è rappresentato dalla ripresa degli attacchi terroristici contro i coloni, rivendicati da Hamas con la minaccia di continuare con le "operazioni di resistenza". I negoziati diretti sono stati lanciati ieri da Obama alla Casa Bianca con i colloqui bilaterali e una cena, caratterizzati da incoraggianti proclami. Netanyahu ha affermato di voler mettere fine al conflitto in Medio Oriente "una volta per tutte" e ha definito il presidente dell'Anp, Abu Mazen "il mio partner per la pace".
"Ma bisogna difendere la pace dai suoi nemici", ha aggiunto, ribadendo che non intende prorogare la moratoria. Dopo il faccia di un'ora e mezza con il premier israeliano, Obama ha ricevuto per un'ora e tre quarti Abu Mazen. Al termine si è mostrato fiducioso: "Stiamo facendo progressi", ha dichiarato all'uscita dallo Studio Ovale.
NETANYAHU - "Il popolo israeliano e io come premier siamo pronti a camminare su questa strada (di pace) da percorrere in poco tempo", ha affermato Netanyahu. Israele è "pronto a riconoscere uno Stato palestinese sovrano, ma anche noi ci aspettiamo che siate pronti a riconoscere Israele, come Stato nazionale del popolo ebraico", ha aggiunto il premier israeliano. "Sono convinto che che sia possibile riconciliare il desiderio palestinese (di avere uno Stato, ndr), con il bisogno di sicurezza di Israele".
ABU MAZEN - ll presidente palestinese, Abu Mazen, ha ribadito la richiesta che Israele ponga fine a tutte le costruzioni di nuovi insediamenti nei territori occupati e all'embargo su Gaza.
ONU - "Non sarà un processo facile, dobbiamo lavorare duro". E' quanto affermato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, circa la ripresa dei negoziati diretti tra Anp e Israele e lodando espressamente il presidente Usa, Barack Obama, per l'iniziativa. Ban Ki Moon, "molto fiducioso e felice" per la ripresa delle trattative, ha condannato, senza fare direttamente il nome del Movimento estremista islamico Hamas, "i gruppi cinici che vogliono far naufragare il processo di pace e contro i quali dobbiamo lottare".
VATICANO - L'auspicio del Papa - espresso personalmente da Benedetto XVI e dal segretario di Stato Tarcisio Bertone al presidente israeliano Shimon Peres - è che "la ripresa dei contatti diretti a Washington aiuti a raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli e capace di portare una pace stabile in terra Santa e in tutta la Regione".
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