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Medio Oriente: Obama inizia
il summit della speranza

Impegno a incontri ogni due settimane. Netanyahu: “Riconoscimento di Israele come lo stato nazione del popolo ebreo”. Abu Mazen: "Interrompere la costruzione di nuovi insediamenti"

     di Giampaolo Pioli

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APTOPIX US Mideast Talks NEW YORK- Inizio “produttivo”. Obama è prudente ma “incoraggiato”. Tensione e speranza si intrecciano. Israeliani e palestinesi hanno iniziato il “conto alla rovescia per la pace” concordando di vedersi ogni 2 settimane.


L’America di Obama e Hillary Clinton
questa volta promette “sostegno attivo e durevole”. E’ un segnale importante. A Washington ci sono anche il presidente egiziano Mubarak e il re di Giordania Abdullah, due paesi arabi simbolo che la Pace con Israele l’hanno già siglata.


L’incontro diretto fra Netanyahu e Abu Mazen senza precedenti ( faccia a faccia senza interpreti per oltre un’ora), anche se pieno di ostacoli, viene visto dalla Casa Bianca come un “passo importante…un gesto di impegno , visione e coraggio…” da parte dei due leader che si sono definiti sorridendosi: “partner per la pace”.
Ai due lati del segretario di stato americano Hillary Clinton, dieci anni dopo il fallimento della maratona diplomatica di Camp David dove il marito Bill aveva cercato in ogni modo l’intesa fra Arafat e Ehud Barak, il premier israeliano che guida un governo di destra e il presidente palestinese moderato che controlla solo la metà dei territori occupati perché Gaza è ancora in mano agli estremisti di Hamas, ci riprovano. Riconoscono senza accusarsi a vicenda che “la sicurezza è vitale per le due parti e si dovrà fare di tutto per garantirla…”


Il sangue dei 4 coloni
uccisi e 2 feriti dalle brigate armate di Hamas insomma non ha fermato il vertice sul Medio Oriente ma anzi sembra compattare le intenzioni dei due leader che si sono già dati un secondo appuntamento il 14 e15 settembre a Sharm El Sheik in Egitto per continuare i negoziati.
Netanyahu e Abu Mazen partono da posizioni diversissime e non lo nascondono, ma mettono nel conto che “il negoziato potrà avanzare solo se ci saranno rinunce da entrambe le parti”.


Dai colloqui “top secret” di ieri non trapela nulla. Il premier israeliano pretende il “riconoscimento di Israele come lo stato nazione del popolo ebreo” e aggiunge che “una pace vera e durevole può essere raggiunta solo con concessioni dolorose e reciproche…”. Il presidente palestinese ribatte che Israele deve “interrompere la costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati” e chiede “la fine dell’embargo nella striscia di Gaza”.
Nessuno dei due però nelle dichiarazioni iniziali rivendica Gerusalemme come capitale indivisibile o il ritorno dei rifugiati palestinesi come condizione irrinunciabile.


Ci sono ostacoli enormi
ma non precondizioni. Ci sono anni di odio e diffidenza da superare. Il clima però questa volta sembra diverso e questi due leader con fortissimi problemi interni potrebbero davvero riuscire dove per decenni altri hanno fallito.


Chi spara sul dialogo
però sono gli estremisti di Hamas nella striscia di Gaza che ritengono Abu Mazen un leader “illegale” e non in grado di rappresentare gli interessi di tutto il popolo palestinese.


Da Teheran
anche Ahmadinejad sostiene Hamas e boccia i colloqui diretti “che non andranno da nessuna parte perché Israele non mollerà la morsa sui territori occupati…”. Qualche piccolo segnale nuovo però si avverte nel mondo arabo. Infastidite dalle dichiarazioni negative le autorità egiziane hanno annullato la visita al Cairo del ministro degli esteri iraniano Mottaki in programma lunedì prossimo. L’Iran considerato la vera minaccia per Israele, soprattutto se si doterà dell’arma atomica, rischia l’isolamento e con l’Isolamento potrebbe arrivare anche la “punizione”.
 

Giampaolo Pioli