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Primavera araba, occidente spiazzato

E la pace è nelle mani di Israele

 

 

 

Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini (Ansa)

di FRANCO CARDINI

Per uno storico abbandonarsi a previsioni è molto imprudente. Si fanno quasi sempre delle gran figuracce perché la storia non ha alcun senso immanente: se ne avesse uno, forse prevedere il futuro quanto meno politico della terra sarebbe più facile. Vero è che essa ha però delle regole, dei «ritmi», attraverso i quali si possono azzardare alcune ipotesi.

Cominciamo con una constatazione ch’è anche una dolente nota: l’Europa una politica estera comune purtroppo non ce l’ha, e ciò può costituire un’incognita supplementare in un momento nel quale la stessa potenza-guida dell’Occidente, gli Usa, appare in crisi e in incertezza. Qui, la plaque tournante del mondo potrebb’essere la Russia: riuscirà «czar Putin» a preservare dall’usura interna e dalle contestazioni degli avversari il suo regime semiautoritario, minacciato da un’opposizione discorde, ma molto ampia, nella quale tendono a prevalere neonazionalisti e neosocialisti? Se essi acquistassero peso ancora maggiore, la distanza tra Russia e Occidente forse aumenterebbe: e le conseguenze, rispetto ai rapporti tra la prima e la Cina nonché tutta l’Asia (pensiamo anzitutto all’Iran), potrebbero essere di un ulteriore riavvicinamento che ci condurrebbe davvero di nuovo vicini alla «guerra fredda». Con quali esiti, tenendo conto che l’influenza cinese sullo stesso continente africano è in crescita, mentre una parte dell’America latina si va ogni giorno di più allontanando dall’alleanza con gli Usa? Una volta di più la mancanza di una politica estera indipendente europea, che potrebbe giocare un salutare ruolo mediatore, si fa sentire.

Tutto ciò ha un riflesso immediato, e non rassicurante, sul mondo arabo e sul Vicino Oriente. La primavera araba ha costituito per alcuni versi un movimento di rinnovamento e di democratizzazione, ma con molte articolazioni e contraddizioni, e non sempre in un senso che grossolanamente potremo definire «filoccidentale». Anzi, il movimento innovatore si è volto soprattutto contro governi sostenuti dall’Occidente. La strada intrapresa dalla nuova politica tunisina appare molto interessante, ma in Algeria e nell’intera penisola arabica la repressione del movimento innovatore, che gli occidentali hanno avallato, ha lasciato dietro di sé un fuoco che cova sotto la cenere. Il futuro dell’Egitto appare oggi molto incerto; e un po’ dappertutto la spinta fondamentalista musulmana è forte. In Siria non è per nulla detto che un futuro possibile cambiamento interno presenterebbe per forza un volto liberale. Quanto alla Libia, presenta a sua volta il rischio di una deriva fondamentalista. Esiste poi l’incognita irachena: dopo lo sfortunato intervento occidentale del 2003 che si è praticamente concluso con il ritiro delle forze armate americane, il paese rischia addirittura la secessione tra il nord curdo, il centro sunnita e il sud sciita. E c’è seriamente da chiedersi se lo stesso Afghanistan sopravviverebbe a un analogo ritiro dei soldati occidentali. Gli errori della fallimentare era Bush peseranno a lungo sul nostro domani.

Ma la questione centrale del Vicino Oriente appare ancora quella israelo-palestinese: e qui è prevedibile che la tensione con l’Iran resterà invariata se addirittura non peggiorerà, con effetti che allora sarebbero davvero allarmanti. Al governo israeliano dobbiamo chiedere una prova di coraggio e di responsabilità: abbracciare sul serio la strada di un’intesa con i palestinesi di entrambe le componenti (Olp e Hamas), desistendo dal mantenere il divide et impera e dare sul serio l’alt alla politica dei nuovi insediamenti di coloni nei territori occupati. Non c’è dubbio che ciò produrrà, nell’immediato, un aumento dell’attività terroristica: è l’unico mezzo che gli estremisti hanno per raggiungere il risultato che vogliono, il fallimento della politica di pace. Ma bisogna tener duro: cadere nella trappola della loro provocazione sarebbe letale. E d’altronde Israele ha bisogno di risolvere il problema della convivenza con i palestinesi se vuole affrontare con serenità la nuova difficile prova che l’attende: la soluzione dei gravi problemi sociali interni, che minacciano sul serio la sua stabilità.

Il quadro è complesso e minaccioso. Saranno necessarie, nell’anno che ci aspetta — e che, ohimè, è bisestile —, molta saggezza, prudenza, misura. Facciamo in modo di lavorare per smentirla, l’infausta profezia Maya.

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