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Strage Tolosa, il killer mosso dall'odio

I crimini di questo tipo comprendono le violenze commesse nei confronti di persone per loro appartenenza a un gruppo sociale, oppure per la loro razza, l’etnia, il credo religioso, l’orientamento sessuale

di Masssimo Picozzi

Il dolore alla scuola di Tolosa (Afp)
Il dolore alla scuola di Tolosa (Afp)

Roma, 19 marzo 2012 - Le cronache  hanno subito parlato di un serial killer, nell’ipotesi che l’autore della strage alla scuola ebraica di Tolosa sia lo stesso che cinque giorni fa ha ucciso due militari ferendone un terzo.

Lo farebbe pensare la dinamica, e soprattutto l’analisi balistica sui proiettili, che sembrerebbero essere stati sparati dalla stessa arma. Ma quale assassino seriale ucciderebbe in questo modo? I film, le serie televisive, e i molti casi di cronaca, ci hanno mostrato il serial killer come un predatore letale motivato dal sadismo e dalla perversione sessuale.

Ci sono però due categorie che agiscono per un movente totalmente diverso: sono i cosiddetti ‘visionari’, gravi malati che attaccano ubbidendo alle allucinazioni che affollano la loro mente schizofrenica; poi ci sono i ‘missionari’, assassini spinti dal desiderio di ripulire il mondo da chi ritengono indegno, di volta in volta, omosessuali, prostitute, senzatetto.

Al confine con questa categoria ce ne sta un’altra, ben più diffusa e pericolosa, quella dei killer per odio; i crimini dell’odio, dall’inglese ‘hate crimes’, comprendono le violenze commesse nei confronti di persone per loro appartenenza a un gruppo sociale, oppure per la loro razza, l’etnia, il credo religioso, l’orientamento sessuale.

Un tipico crimine dell’odio è stato quello che ha colpito Firenze nel dicembre scorso, quando Gianluca Casseri, 50 anni, ha ucciso due senegalesi prima di togliersi la vita. Anche Andres Breivik ha ucciso per odio, stroncando la vita di un centinaio di ragazzi a Oslo, nel luglio del 2011.

Fanatici, uomini dalla mente fragile e riempita di pregiudizi, individui noti per le loro idee estremistiche, che non avrebbero mai dovuto possedere un’arma.

di Massimo Picozzi


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