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Trattato sulle armi, gli attivisti
“Così non cambierà nulla”

A meno di due giorni dalla fine dei negoziati, la prima stesura del trattato sul mercato internazionale degli armamenti delude le associazioni della Control Arms Campaign. Si tentano modifiche in extremis

di Nadia Ferrigo

NEW YORK, 25 luglio 2012 - Mancano solo due giorni alla fine dei lavori della “UN Arms trade Treaty Conference” a New York e le possibilità di concludere un accordo “forte” si sono ormai ridotte al minimo. La prima bozza del trattato delle Nazioni Unite che dovrebbe regolare il commercio internazionale delle armi non convince gli attivisti della campagna Control Arms, promossa nel 2003 da Amnesty International. Anna MacDonald, membro dell’associazione internazionale Oxfam, ha dichiarato che «la bozza dell’accordo che abbiamo visto ha più buchi di uno scolapasta».

«Sono molto preoccupato – ha fatto sapere Peter Herby, a capo della sezioni armi e mine della Croce Rossa Internazionale – se questa bozza dovesse diventare il trattato definitivo, il rischio sarebbe non solo non ottenere nulla più che lo status quo, ma addirittura firmare degli accordi che consentano agli stati di continuare a fare esattamente ciò che fanno ora, e in alcuni casi meno ancora».

Gli attivisti giudicano il patto troppo debole per riuscire a tracciare il commercio internazionale delle armi. Nel mirino dei membri della Control Arms Campaign ci sono sia i criteri che gli stati dovrebbero rispettare per approvare le compravendite, definiti «troppo vaghi», sia la scelta delle tipologia di armi da includere nel trattato. C’è molta perplessità sulla decisione di consentire i trasferimenti di armamenti «che potrebbero contribuire alla pace e alla sicurezza di un paese» e sulla mancanza di un divieto esplicito di vendere armi a stati che potrebbero usarle contro la popolazione civile.

Tra i punti più contestati c'è l'esclusione della regolamentazione del mercato delle munizioni, fortemente voluta dagli Stati Uniti. Secondo la bozza, ogni stato è libero di decidere se stabilire o meno un controllo nazionale sul trasferimento dei proiettili. Molti paesi europei sono d'accordo con i paesi africani nel condannare questa omissione. La lista delle armi è stata definita «debole e confusa»: sono incluse alcune armi leggere e di piccolo calibro, come mitragliatrici, pistole e fucili e non tutte le tipologie di armi convenzionali. Rientrano nel trattato navi da guerra e artiglieria pesante, ma non tutti gli aerei da combattimento. Ad esempio restano fuori dall’accordo ad esempio i Predator Drones, che volano senza equipaggio.

Mercoledì pomeriggio per diverse ore di fronte al quartiere generale delle Nazioni Unite è stato allestito dagli attivisti un cimitero, un simbolico gruppo di lapidi per ricordare che ogni giorno duemila persone muoiono a causa di un’arma. La votazione finale è prevista per venerdì prossimo. Per far si che il trattato entri in vigore e sia a tutti gli effetti vincolante, c'è bisogno della ratifica di almeno 65 stati e – denunciano gli attivisti – per raggiungere un numero così alto ci potrebbero volere diversi anni. Nel rush finale per un compromesso, le associazioni chiedono di abbassare la soglia a 30, al massimo 40 paesi membri.
 

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