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OCCUPAZIONE / RAPPORTO CENSIS

Stipendi più alti per i neolaureati italiani
che lavorano all'estero

Il 40,4%, rimanendo in Italia, percepisce tra i 1.000 e i 1.300 euro e il 24,6% meno di 1.000 euro al mese. Diversa, invece, la situazione per chi decide di tentare la fortuna all'estero, dove le retribuzioni si attestano su livelli più alti: il 43% sopra i 1.700 euro e il 30,4% tra i 1.300 e 1.700 euro.

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Neolaureati alla Bocconi Roma, 11 febbraio 2008 - Stipendi più alti per i neolaureati italiani che lavorano all'estero. Il 40,4%, rimanendo in Italia, percepisce tra i 1.000 e i 1.300 euro e il 24,6% meno di 1.000 euro al mese. Diversa, invece, la situazione per chi decide di tentare la fortuna all'estero, dove le retribuzioni si attestano su livelli più alti: il 43% sopra i 1.700 euro e il 30,4% tra i 1.300 e 1.700 euro. È quanto rileva il Rapporto annuale 2007 del Censis, che pone l'accento sulla preferenza, da parte di molti giovani, per un percorso di studio e di lavoro al di fuori dai confini nazionali.


"Sono mossi -si legge nel Rapporto- non solo dal desiderio di cogliere le maggiori occasioni, fossero solo di scambio culturale, offerte dall'economia globale, ma anche e soprattutto dalla convinzione che l'Italia sia sempre meno in grado di garantire quell»asset' di opportunità, merito e trasparenza, necessari a sostenere la crescita, sia individuale che del sistema Paese nel suo complesso".


Una convinzione che comincia con le scelte universitarie. Nel 2006, infatti, 38.690 studenti italiani erano iscritti in facoltà universitarie straniere, in prevalenza tedesche (il 19,9%), austriache (16,1%), inglesi (13,7%), svizzere (11,6%), francesi (10,4%) e statunitensi (8,8%). Ma anche per chi studia in Italia vale la pena 'emigrare'. Nel 2006, infatti, sono stati più di 11mila e 700 (3,9% del totale) i laureati che, a un anno dal conseguimento del diploma, hanno trovato un lavoro all'estero. E proprio per 'sondare il terreno' molti giovani, pur studiando in Italia, cercano di andare oltreconfine. Nell'anno accademico 2005-2006, infatti, 16.389 universitari italiani, provenienti in prevalenza da facoltà linguistiche (19,7%), sociali (13,5%), economiche (10,4%) e ingegneristiche (10,2%) sono stati coinvolti nei programmi di mobilità internazionale Socrates-Erasmus.

 

Le giovani generazioni, spiega il Censis, hanno saputo quindi cogliere le opportunità offerte da una società che ha visto progressivamente estendere i propri confini su scala internazionale, anche grazie a programmi di mobilità come appunto l'Erasmus. Un fenomeno vasto e non di nicchia visto che, sempre nel 2006, il 14,1% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni poteva vantare un'esperienza di studio o di lavoro all'estero, il 9% inferiore ai tre mesi e il 5,1% più o meno lunga. Nel caso dei laureati, la percentuale sale al 29,8%.


E lo studio all'estero, per molti, rappresenta solo l'inizio: a un anno dal completamento degli studi universitari, il 3,9% dei laureati trova un lavoro fuori dall'Italia. Secondo il Censis, ciò evidenzia che lavorare all'estero rappresenta in molti casi la naturale conseguenza di scelte maturate già nel corso degli studi universitari. Tra chi ha frequentato il programma Erasmus, infatti, il 16% ha trovato un'occupazione a un anno dalla laurea.

 

Gran parte dei laureati 'espatriati', osserva il Censis, proviene da facoltà che offrono poche chance occupazionali, come lettere e lingue (ha frequentato queste facoltà il 34,6% dei neolaureati che lavorano all'estero e l'11,9% di quanti sono rimasti in Italia), mentre solo al secondo posto compaiono gli indirizzi economico-statistici (28,7% dei primi contro il 13% dei secondi) e giuridico-sociali (19,2% dei primi contro il 25,4% dei secondi). 

 

Il profilo formativo dei laureati italiani che lavorano all'estero non si differenzia da quello di chi ha scelto come luogo di lavoro l'Italia, sebbene, rileva il Censis, tra i primi risulti leggermente più elevata la quota di laureati in corso (22,1% contro il 18,6% dei secondi) e con il massimo dei voti (32,2% contro il 26,2%).
A fare la differenza, invece, sono le opportunità professionali offerte ai neolaureati. Mentre all'estero gli italiani trovano lavoro mettendo o rispondendo a inserzioni sui giornali (22,4% contro il 9% di chi lavora in patria), in Italia si ricorre alla solita segnalazione di parenti-amici (12,6%).

 

Anche la tipologia di impiego presenta differenze marcate. A parità di precariato (a un anno dalla laurea ha un lavoro temporaneo il 38,4% di quanti lavorano in Italia e il 35,8% di quanti sono occupati all'estero), i laureati italiani all'estero vengono collocati su livelli mediamente più alti dei loro colleghi restati in patria, considerato che il 32,1% (contro il 17,1% di quanti lavorano in Italia) è già quadro o funzionario.










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