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A cura di
Matteo Leonelli
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25/05/2007 23:56
CHAMPIONS LEAGUE

I due uomini simbolo
Il fenomeno Kakà,
il fedele Gerrard

Il brasiliano riesce a fare con semplicità tutto quello che la maggior parte dei calciatori possono solo immaginare. Il capitano inglese è un indomito lottatore dai piedi buoni, un giocatore completo

Stadio Atene Atene, 21 maggio 2007 - Kakà e Gerrard. Due giocatori molto diversi tra loro che, però, hanno qualcosa in comune: entrambi sono autentici trascinatori. L'uno del milan, l'altro del 'suo' Liverpool. Il brasiliano è un fuoriclasse puro, se ne sono accorti subito a Milano. Ma quest'anno si sta consacrando anche a livello europeo. E' proprio grazie ai suoi gol, infatti, che il Milan è in finale di Champions League (con 10 reti è capocannoniere del torneo). Il capitano dei Reds è un predestinato. E con le sue caratteristiche tecniche e e il suo carisma rappresenta al meglio ciò che vogliono i tifosi del Liverpool dai propri beniamini. 

 

KAKA', L'INGEGNERE TUTTO CASA E PALLONE

Forse non avrà il senso dello spettacolo di Ronaldinho, nè il fiuto del gol di Ronaldo, ma a lui interessa ben poco. La sua caratteristica principale è fare con semplicità tutto quello che la maggior parte dei calciatori possono solo immaginare. "Penso che avrei seguito le orme di mio padre che è ingegnere", risponde sempre Kakà a chi gli domanda quale mestiere gli sarebbe piaciuto fare se non fosse diventato quello che ora è. Semplicemente un fuoriclasse. Capocannoniere della Champions League con 10 gol, contro il Liverpool il brasiliano dovrebbe segnarne altri quattro per raggiungere il primato di reti realizzate in un'edizione del torneo, detenuto da Altafini e Van Nistelrooy. Un'impresa troppo grande anche per lui, ragazzo del 1982 cresciuto molto in fretta. Figlio di un ingegnere e di una insegnante, la storia di Kakà non è la solita storia di favelas e povertà, non è la storia di tanti campioni verdeoro. Povero, infatti, non lo è stato mai, gli affari di papà Bosco andavano bene anche prima che il suo primogenito Ricardo Izecson dos Santos Leite diventasse calciatore. Che diventasse Kakà, soprannome che gli è stato incollato dal fratello più piccolo, Rodrigo che proprio non riusciva a chiamarlo Ricardo e gli storpiava il nome. Per lui era Kakà.

 

Oggi lo è per tutti. A 18 anni ha rischiato addirittura la paralisi per un brutto tuffo in piscina per cui si è rotto una vertebra, poi però con questo nome è diventato famoso in Brasile e ha conquistato in fretta anche l'Italia dopo essere stato accolto con qualche battuta ironica da chi non lo aveva acquistato (leggi Moggi). Maglia numero 22 sulle spalle, il giorno della nascita, Kakà ha incantato da subito, dimostrando una capacità eccezionale di ambientamento. Il Milan lo ha acquistato nell'estate del 2003 dal San Paolo (la società in cui è cresciuto dopo che il padre si era trasferito lì per motivi di lavoro, 131 partite e 48 gol in prima squadra) per circa 10 milioni di euro. è entrato nella vita rossonera in punta di piedi, ma ne è diventato presto uno dei protagonisti più belli.
Il giorno della Supercoppa a Montecarlo contro il Porto, un Kakà da poco sbarcato a Milano andò da Galliani a chiedergli sottovoce se fosse stato inserito o meno nelle liste della Champions League. Quando seppe di sì, tirò un sospiro di sollievo. Pensava che la risposta potesse benissimo essere diversa.

 

Ora quello stesso Kakà non nasconde la sua voglia di Pallone d'Oro ("Gioco nel Milan e con il Brasile, è un obiettivo possibile"), ma non promette amore eterno ai tifosi rossoneri ("Sono molto felice al Milan, ma il futuro è nelle mani di Dio. Le voci sul Real Madrid non mi danno fastidio. Non si tratta di una squadra qualsiasi, è il Real Madrid"). Nessuna arroganza, sia chiaro. Il sorriso che piace alle ragazzine è rimasto lo stesso, così come la sua umiltà. Le cene fuori sono il più delle volte in compagnia di papà, mamma Simone (di origini italiane) e fratello, i locali notturni e la mondanità la sua faccia d'angelo l'hanno vista solo in televisione e sui giornali. E il cuore batte sempre per Carol, la fidanzatina di sempre diventata poi sua moglie. Una straordinaria normalità che tanto piace agli sponsor. Soprattutto in Brasile Kakà fa vendere di tutto. O quasi. Perchè il ragazzo ha una regola: niente alcolici. D'altronde, lui deve essere un esempio per i tanti ragazzi brasiliani, ma anche per le ragazzine che lo seguono con tanto affetto. Perchè Kakà non è solo pallone. "I miei due motti sono 'Dio è fedele' e 'I belong to Jesus'" ama ripetere.

 

Se gli si parla di calcio, invece, il mito è Rai (il fratello di Socrates), ma non nasconde anche una grande ammirazione per Leonardo, l'uomo che tra l'altro ha spinto per il suo acquisto da parte del Milan. Galliani ancora lo sta ringraziando. Perchè quando la società rossonera è arrivata a mettere le mani su di lui, Kakà non era ancora il campione di oggi anche se era già campione del mondo. Faceva infatti parte della Selecao che ha vinto in Giappone e Corea nel 2002: una ventina di minuti contro la Costa Rica e l'attesa a bordo campo nei minuti di recupero della finale con la Germania. Collina ha fischiato la fine prima che entrasse. Ora, però, non c'è più nulla da aspettare: la parola d'ordine è vendicare Istanbul.

 

CAPITAN GERRARD, DALLA KOP A BANDIERA DEI REDS 

Ci sono giocatori che appartengono a un posto preciso e lui è uno di questi. Steven Gerrard sta al Liverpool e ad Anfield come Maldini sta al Milan e a San Siro, se parliamo di fedeltà. Un ragazzo nato nel 1980 a qualche chilometro dalla città dei Beatles, cresciuto e diventato un simbolo della propria squadra, dove gioca fin da quando aveva 8 anni. Infatti, mentre altre stelle del Liverpool come Owen e Fowler tifavano per l'Everton, altro club della città, Gerrard frequenta sempre la Kop.

 

Su di lui si sono espressi praticamente tutti. Da Benitez a Mourinho. Il suo allenatore lo coccola dicendo che deve ancora migliorare moltissimo, mentre il portoghese, inacidito per il rifiuto del centrocampista di trasferirsi al Chelsea, lo accusò di non avere ambizioni. "Si sbagliava - disse poche settimane fa Steven - sono in questo club da quando ero un bambino, conosco tutti e non potrei stare meglio". Tanto che dopo le voci di un suo addio ai Reds, sembra intenzionato a firmare prima della finale di Atene un contratto che lo legherebbe alla società fino al 2012. Praticamente a vita.

 

Atene e la sfida con il Milan si avvicinano e Gerrard si troverà di fronte un tipo che non le manda certo a dire: Gennaro 'Ringhio' Gattuso. Ma per l'inglese c'è poco da ringhiare, il milanista al massimo "è un gattino, che non mi ha mai dato preoccupazioni a Istanbul. Nè prima, nè durante la partita". La risposta di Gattuso non è tardata ad arrivare e sono state scintille: "Un gattino? Io mi sento un pitbull...". La verità verrà fuori soltanto la sera della finale, quando i due saranno di nuovo uno di fronte all'altro. Una cosa in comune i due centrocampisti però ce l'hanno, forse non sul piano tecnico ma sicuramente su quello caratteriale: entrambi sono capaci di trascinare la propria squadra e portarla in alto, spronando i compagni a non arrendersi mai, dando il buon esempio. Come fece infatti Gerrard a Istanbul, quando segnò il primo dei tre gol che riportarono in parità il Liverpool. Lui non si era arreso, evidentemente. "E' un leader determinato e aggressivo, riesce a ottenere il massimo dai suoi compagni", dice di lui Kakà.

 

"E' timidissimo, un inguaribile romantico", dice invece Alex Curran, fidanzata storica e futura moglie di Stevie G., soprannome preferito dal centrocampista inglese. Chi ha ragione? Entrambi, perché se nella vita Gerrard è il papà adorabile e impegnatissimo di Lily-Ella e Lixie, in campo si trasforma. Un giocatore incredibilmente veloce che ha tra i suoi punti di forza la precisione e la potenza del tiro, la fantastica regia della manovra, ma anche le doti di indomito lottatore.

 

Di momenti difficili ne ha passati tanti, a cominciare da quel problema alla schiena che nel 2000 rischia di fargli saltare gran parte della stagione. Il tecnico allora era Houllier e decide di farlo visitare da uno specialista: secondo il responso, il dolore sarebbe provocato da una crescita rapidissima in un breve periodo di tempo. Gli dicono addirittura che saranno necessari 4 interventi chirurgici per risolvere il problema, ma lui stringe i denti e dopo una lunga fase di recupero riesce a dimenticare questo brutto periodo. Poi un'operazione all'inguine che lo costringe a saltare i mondiali del 2002 in Giappone e Corea. Passa anche questo e quando Gerrard torna in campo, si susseguono le soddisfazioni e i successi, collezionati con la grinta del vero fuoriclasse. Quando era un bambino e assisteva alle partite in curva, Steven sognava di vestire un giorno quella maglia che per lui rappresentava un mito: quella maglia che gli parlava delle imprese di Souness, di Whelan, di McMahon. Ma "la realtà supera tutti i desideri", come dirà poi un giorno.

 

Steven fa il suo esordio in prima squadra nel 1998, nel secondo tempo della partita contro il Blackburn: da lì in poi, una corsa inarrestabile che lo porta fino in nazionale nel maggio del 2000 e nella lista dei convocati che partiranno per gli Europei del 2000. L'anno successivo è fantastico per i risultati e i primi successi: il Liverpool vince cinque coppe (Coppa d'Inghilterra, Coppa di Lega, Coppa Uefa, Charity Shield e Supercoppa europea), mentre Gerrard viene nominato miglior giovane della Premier League. Il primo riconoscimento che verrà poi seguito da altri, come il migliore della Champions 2004/2005 vinta ai rigori contro il Milan, e giocatore dell'anno nella Premier League del 2006.

 

Dicono che sia difficile trovare un giocatore più completo di lui in tutta la storia del calcio, che il Liverpool e Stevie sono fatti l'uno per l'altro. Poi dicono che se andasse via, porterebbe con sè una parte di questo club. Ma Gerrard, dopo la finale di Istanbul, disse: "Come potrei mai pensare di lasciare il Liverpool dopo una notte del genere?".

 

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