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Pomellato, un “Nudo” per illuminare la crisi

Qualità e serietà, la scelta dell’ad Morante
 

Pomellato, un “Nudo” per illuminare la crisi
Pomellato, un “Nudo” per illuminare la crisi

«LA SERIETÀ è una variabile della qualità che nei prossimi anni è destinata a crescere sempre di più. Per questo quando prezziamo uno dei nostri anelli o uno dei nostri collier pensiamo al nostro cliente di riferimento. E siamo sempre molto ragionevoli nel caricare un moltiplicatore che si giustifichi. Ci piace stare nella fascia seria del lusso». Sono parole forti e rare queste che pronuncia Andrea Morante, amministratore delegato di Pomellato e socio di minoranza della holding Ra.Mo. Spa che è controllata dal fondatore del marchio Pino Rabolini. Il dottor Morante che vive tra Londra, Milano e la campagna toscana di San Casciano è un manager di lungo corso, molto esperto (ha lavorato in Credit Suisse London, Morgan Stanley London e per anni ai vertici di Gucci) e per questo ancora più attento agli umori del mercato italiano e globale. Nel suo studio in via Neera a Milano dove ha sede l’azienda che conquista mille successi con Pomellato e Dodo, si respira un’aria di serena efficienza, accompagnati nella visita dal video con l’eterea Tilda Swinton nell’ultima campagna che sembra essere davvero l’immagine giusta e pura della griffe milanese e italianissima che ha da poco compito 46 anni.
Dottor Morante, come fate a mantenere per alcune collezioni di Pomellato come la New Nudo XL dei prezzi tanto ragionevoli?
«E’ una precisa strategia. Partiamo dalla convinzione che il consumatore non abbia una forte percezione del costo delle cose e del moltiplicatore che si applica a questo. E a noi sta bene non usare forzature sulla politica dei prezzi. Quest’anno abbiamo avuto la fortuna di comprare l’oro a termine per due o tre anni. Insomma il prezzo era fissato prima che aumentasse tanto. E anche le pietre semipreziose che usiamo noi per la collezione Nudo sono cresciute e l’accesso per comprarle è più difficile e costoso. Ci è parso giusto però trasferire questo valore e questo vantaggio acquisito sul nostro pubblico. E’ una decisione aziendale che ci dà tanta serenità».
I gioielli della linea Nudo ieri come oggi si confermano l’esempio di come anche in gioielleria si possa fare una collezione di pret-à-porter, trasversale per censo ed età: il successo continua?
«Certo che sì. Il Nudo di Pomellato, anello ed orecchini, ha dieci anni e finora ne sono stati venduti 130.000 pezzi. Pensiamo di arrivare a un milione di anelli, simbolo di come anche il più classico dei solitari possa essere accessibile e democratico. Pochi giorni fa a Pechino un signore cinese ne ha acquistati sette esemplari tutti in una volta».
Qual è il potenziale di acquisto della donna cinese che ama Pomellato?
«Molto alto ma stiamo ancora studiando quell’immenso mercato. Per ora siamo poco presenti nel Pacifico e la Cina è senz’altro una piattaforma nuova. Il primo negozio che abbiamo aperto a Pechino, piccolo perché è di soli 35 mq ma molto prestigioso per la sede, va molto bene. Ci intriga la signora cinese che viaggia per il mondo, questa è l’audience perfetta. Il successo arriverà, ne sono certo, anche se vogliamo restare selettivi ed aprire poche boutique. Siamo bombardati di richieste di società internazionali che distribuiscono orologi che vorrebbero affiancare i nostri gioielli nella vendita».
Ma voi non state per lanciare un orologio Pomellato?
«Sarà sul mercato a inizio 2014. E sarà solo da donna, un modello originale, lo studio del modello e dei meccanismi è avanzato».
Avete il primato di vendite sul mercato maturo, la cosa è in controtendenza verso i vostri competitors. Come lo spiega?
«E’ vero siamo forti sui mercati maturi della Vecchia Europa, l’apertura di Dodo a Londra è stata un successo come pure la collezione Dodo Dark che abbiamo realizzato coi disegni dei ragazzi della St. Martins School: abbiamo venduto tutti i pezzi di topo, moscone e piccione coi brillanti neri. L’Italia vive una fase stazionaria perché c’è un disagio diffuso che si giustifica ma siamo fiduciosi: i nostri negozi di Milano, Firenze e Roma sono presenze importanti. La Francia è un altro mercato al top: il nostro negozio di Parigi è primo al mondo per le vendite e quest’anno ha registrato un ottimo +22%».
Pensate di tuffarvi nel pianeta degli accessori come hanno fatto tante altre griffe della gioielleria e del lusso?
«No, per Pomellato, certamente no, non faremo cravatte, cioccolatini e hotel. Per Dodo che è percepito come un lifestyle stiamo studiando, ma senza fretta. Intanto nelle boutique Pomellato sta per arrivare il profumo che è un modo per continuare a seguire la nostra cliente, una donna indipendente che da noi fa acquisti anche da sola. Per l’essenza che arriverà nel 2013 abbiamo raggiunto un accordo di licenza pluriennale con un gruppo italiano che come noi ha la passione nel proprio Dna, come l’ICR-ITF di Roberto Martone».
Quanti negozi avete? A quanto è arrivato il fatturato?
«Nel mondo tra Pomellato e Dodo sono 70. Chiudiamo il 2011 con 140 milioni di euro di fatturato».
Qui in via Neera nei laboratori lavorano in 110 maestri artigiani…
«Sono le loro mani la nostra ricchezza, oltre all’archivio della maison perché nessuno come noi fa una collezione all’anno. I nostri artigiani hanno l’etica del lavoro, sull’esempio di Pino Rabolini. Prima viene l’azienda, dopo il profitto».


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