Parla il pianista cubano che farà tappa nel nostro Paese per una breve tournée di tre date. Il suo ultimo cd s'intitola “Afreecanos” e di sè dice: "Sono un musicista della terra"
di Riccardo Jannello
Bologna, 13 maggio 2008 - C'è un pianista cubano, Omar Sosa, che arriva per una breve tournée italiana - sabato 17 maggio alle 21 al teatro Asioli di Correggio (Reggio Emilia) nell’ambito del noto festival Crossroads, e lunedì 19 maggio, sempre alle 21, al Rolling Stone di Milano per il festival Suoni e Visioni – sull'onda del suo ultimo cd, “Afreecanos” un progetto molto vasto e multiculturale, dal vivo proposto in forma di quintetto con Childo Tomas, mozambicano, al basso elettrico, voce, m'bira; Julio Barreto alla batteria, Leandro Saint-Hill a flauto e sax alto, entrambi cubani; e Mola Sylla, senegalese, a voce, m'bira, xalam e kongoman. Nell'album, di notevole spessore musicale e culturale, ci sono anche artisti provenienti da Francia, Mali, Brasile, Stati Uniti, Guinea e Marocco, ognuno con un apporto intelligente al progetto.
«È l’idea — ci spiega il musicista — di evocare la parte melodica che viene dall’Africa, con strumenti tipici di ogni zona del continente e la voce che racconta l’unità dei popoli attraverso i dialetti, dal wolof al bambarà allo yoruba della Nigeria. Nonostante le differenze, si può riconoscere una cultura che rappresenta la colonna vertebrale di questa terra».
Una terra importante...
«Beh, l’Africa, è stato dimostrato scientificamente, è la madre di tutti noi e la sua musica lo dimostra ancora di più».
Un progetto che ha un obiettivo principale: quale?
«Mostrare che possiamo convivere, amare una società nella quale siamo tutti uniti e dove settarismo e visione diversa della cultura e della società sono solo problemi che hanno i politici fra di loro, i quali vivono staccati dall'umanità cercando soltanto di limitare libertà e conoscenza».
Ma anche noi siamo distanti nel mondo?
«No, ma penso che a volte non vogliamo assumerci delle responsabilità cedendo a quel detto messo in atto da chi ci comanda: dividi e vincerai».
Qual è il difetto della politica?
«Che troppo spesso non sta dalla parte della povera gente, e chi comanda pensa solo a poter favorire economicamente le multinazionali, è questo che domina il mondo».
Ma come ci si può opporre lecitamente?
«Seguendo la nostra tradizione ancestrale, che è più forte del giorno dopo giorno, prendendo il meglio del nostro passato. Lo spirito e l’anima ci danno il cammino per poter vedere il presente e il futuro sentendo ugualmente il passato».
E in ciò, che cos’è per lei la musica?
«La vita. Senza musica non c’è umanità; il cuore si tiene vivo con la musica, il pianto è musica, il ridere è musica, l’agonia nell’anima è triste, ma è musica».
Come nasce la sua, quali le ispirazioni?
«In una mano ci sta Frederic Chopin e in un’altra Thelonious Monk; in gran parte di quello che viene fuori c’è il pensiero di Eric Satie».
Una formazione classica, non solo jazz...
«C’è molta musica classica, ma ogni volta torno alla mia radice africana vi scopro il leit motiv della mia vita e del mio mondo creativo, e ho la conferma che tutti veniamo dall’Africa».
Come si definirebbe?
«Un musicista della terra: perché il nostro passato è legato alla terra, senza la terra non siamo niente; la terra ci dà da mangiare, sulla terra viviamo e senza di essa non siamo niente».
E come genere quale predilige?
«Diciamo che bisogna organizzarsi, sennò l’universo sarebbe un caos. Credo nell’essere umano che crea e che sente la sua voce ancestrale. Il resto è solo definizione, voler dare un nome alle cose. Non è male, ma si potrebbe chiamare aguardente come amore».
E il jazz?
«Diciamo che il jazz ha momenti particolari che amo, come Duke Ellington e Louis Armstrong; ma bisogna guardare avanti, per esempio al pop che ha avuto un momento sociale importante».
Parliamo allora dei suoi progetti: che cosa sta preparando?
«Ho in programma la creazione di un un’orchestra da camera con musica africana che dovrebbe debuttare il prossimo anno. Quindi una big band ad Amburgo con la direzione del grande violoncellista Jaques Morelembaum il cui tema sarà un afro-latin di avanguardia con arrangiamenti molto interessanti. Anche in Italia il prossimo anno svilupperemo un progetto che metterà insieme la musica classica con elementi africani attraverso varie sonorità che avranno al centro gli strumenti a corde del Solis Quartet, ma anche elementi elettronici soprattutto nella presenza ritmica. E ancora l’essenza africana in questo caso melodica con un disco da registrare in giugno al Blue Note».
Molto lavoro, quindi...
«Sì, c’è più tempo che vita. Ma c’è sempre poco tempo per fare tutte le cose che vuoi perché ci vuole spazio e bisogna dedicarcisi con tanta convinzione e disposizione...».
di Riccardo Jannello
"Il progetto non nasce con una motivazione nostalgica, ma perché volevamo fare qualcosa per Napoli in questo momento", ha spiegato il cantautore
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