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MITI DEL ROCK

Neil Young il cavaliere elettrico

Inni alla pace e assoli di fuoco: per l’indomito eroe di 'Harvest' due trionfali concerti in Italia. In un'intervista il cantautore 63enne ha ribadito il suo appoggio a Obama: "Barack distingue i sentimenti delle persone"

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Neil Young Firenze, 24 giugno 2008 - Una colomba della pace di legno scende dall’alto, mentre le corde della chitarra saltano una dopo l’altra. Sono gli effetti conclusivi, e nemmeno tanto speciali, di un concerto in cui il rock viene prima di tutto senza bisogno di altro (se non di alcuni quadri che richiamano i titoli dei brani dipinti lì per lì da un artista sul palco). E quando il protagonista della serata si chiama Neil Young, allora tutto questo si comprende al meglio aggiungendo che il cantante-chitarrista canadese ha dato una dimostrazione di vitalità sorprendente sia per l’età, 63 anni, sia per aver superato un grosso problema di salute che tre anni fa ha fatto temere per il peggio. Invece da quel momento Young ha ritrovato la voglia di combattere politicamente (il suo album 'Living with War' è palesemente anti-Bush), di ritrovare i vecchi compagni Crosby, Stills e Nash in un lungo tour e di allestire una serie di concerti solisti dopo l’album Chrome Dreams II, un seguito anomalo di un disco mai pubblicato del 1977, i cui brani in larga parte trovarono posto poi in altri dischi come American Star ‘n’ Bars e Rust Never Sleeps, ma anche con sette tracce di composizione recente. Inoltre, in un’intervista 'Sky Tg24' ha ribadito il suo appoggio a Barack Obama: "Ha la capacità di rispondere e l’abilità di essere intelligente — spiega il cantautore — di ribattere coscientemente, articolando i sentimenti delle persone: questa è la più grande differenza con quello che abbiamo oggi". E a proposito del suo film documentario 'Csny/Dejà Vu', firmato con lo pseudonimo di Bernard Shaker, ritiene che si tratti di "un’istantanea dell’America che reagisce alla costante convivenza con la guerra".

 

Nel suo unico concerto invernale italiano agli Arcimboldi di Milano, l’artista aveva suddiviso equamente lo spettacolo in una parte acustica e una elettrica, ovvero le due facce della sua quarantennale carriera. Domenica al Mandela Forum di Firenze, prima delle sue tappe italiane (l’altro ieri sera a Verona) ha invece fatto vedere principalmente quella elettrica insieme al gruppo che vedeva il chitarrista Ben Keith (amico dai tempi di Harvest), Ralph Molina batterista dei Crazy Horse, il bassista Rick Rosas con la partecipazione di Antony Crawford (piano e voce) e la moglie Pegi (voce e vibrafono). Certo, non sono mancati momenti più tranquilli e intimi come 'The Needle and The Damage Done' e 'Old man', entrambe da Harvest e festeggiatissime dal pubblico, 'Oh', 'Lonesome Me' e 'Mother Earth' che lo ha visto all’organo a canne e all’armonica. Ma per il resto della serata Young ha sempre imbracciato le sue chitarre elettriche, spesso indulgendo su lunghi assoli tra una strofa e l’altra. Come in 'No Hidden Path' (la più dilatata nel tempo), in 'Dirty Old Man' e nella melodica 'Spirit Road', tratte da Chrome Dreams II, o nelle classiche 'Down By The River' e 'Hey Hey My My', sempre tiratissime e con Neil sugli scudi alla chitarra spesso suonata senza plettro e quindi ancora più sorprendente.

 

Il gruppo risponde al meglio con Molina e Rosas come perfetti metronomi e Keith che è un partner ideale come chitarrista ritmico (talvolta anche alla pedal steel guitar e all’organo Hammond). Certo nelle orecchie rimane la chitarra e la voce di Young, protagonista assoluto in una serata che ha visto insieme varie generazioni di ascoltatori unite da un’unica passione.

di Michele Manzotti










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