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IL CONCERTO DI COLONIA

Wonder è tornato
La meraviglia soul

Lo spettacolo offerto l’altra sera dal grande Stevie al popolo della Lanxess Arena è di quelli che lasciano il segno. Avrà modo di accorgersene pure il pubblico del DatchForum di Milano

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Stevie Wonder Colonia, 24 settembre 2008 - Scorrendo le classifiche ti accorgi che l’ultima canzone piazzata da Stevie Wonder nella top ten americana è Part time lover ventitré anni fa, ma il particolare si fa del tutto trascurabile quando te lo ritrovi davanti intento a stillare dalla tastiera l’emozionalità esplosiva, nuda, ansimante, di un repertorio che ha inciso come nessun altro sulla storia del soul anni Settanta. Lo spettacolo offerto l’altra sera dall’uomo di Superstition al popolo della Lanxess Arena di Colonia, 7500 anime che avevano pagato biglietti fino a 140 euro per assicurarsi un posto nelle prime file, è di quelli che lasciano il segno. Avrà modo di accorgersene pure il pubblico del DatchForum di Milano dove questo Wonder Summer’s Night Tour transita venerdì prossimo.

 

Un giro di concerti che il cantante, 58 anni, spiega in scena smorzando le ultime note di Visions fra i sofferti ricordi di quest’ultimo periodo. "Nella primavera di due anni fa ho vissuto il giorno più triste della mia vita, quello in cui ho perso la persona che amavo di più: mia madre. Mi sono chiesto come colmare questo vuoto immane e ho capito che dovevo tornare a girare il mondo per raccogliere quell’affetto che la gente non mi ha mai fatto mancare”. A mamma Lula Mae Hardaway Steve dedicherà presto un album di canti battisti intitolato The gospel inspired by Lula.

 

Ma in cantiere dovrebbe esserci pure un altro progetto, Through the eyes of Wonder, attraverso gli occhi di Wonder, un disco originato dalle sue esperienze di non vedente e, forse, un album a due con Tony Bennett prodotto da Quincy Jones. Il suo background jazzistico Wonder lo declina anche in questo tour, entrando in scena sottobraccio alla figlia Aisha Morris, cui trentatré anni fa dedicò Isn’t she lovely, accennando all’armonica All blues di Miles Davis. Poi è la band di dieci elementi, affiancata da quattro coristi (fra cui la stessa Aisha), a spingere la serata tra i solchi di Hotter than july con super hit del calibro di As if you read my mind, Master Blaster (Jammin’), Rocket love, All I do, anche se alla fine delle due ore e un quarto di concerto i repertori più frequentati risulteranno essere quelli di Innervisions e del sempiterno Songs in the key of life. Non mancano, naturalmente, accenni alle stagioni successive con I just called to say I love you o la stessa Part time lover mentre manca qualsiasi traccia dei (pochi) dischi incisi nell’ultimo ventennio.

 

Al ritmo fremente di Higher Ground, di una Don’t you worry ’bout a thing dal “sabor” latino, di I wish, di Sir Duke, di Living for the city, della stessa Isn’t she lovely la festa si spande dalla platea al palco, dove ballano tutti, a cominciare da Wonder che canta Do I do saltellando in piedi sullo sgabello del pianoforte. E figlia dell’euforia contagiosa che si respira in sala è pure la medley estemporanea al vocoder in cui trovano spazio il traditional natalizio tedesco O Tannenbaum, Fly, Robin, fly dei Silver Convention, She loves you dei Beatles e, dulcis in fundo, People make the world go round degli Stylistics.
Minigonna e tacchi a spillo, Aisha canta I’m gonna laugh you right out of my life accompagnata al piano da papà, mentre il resto della band ha modo di mettere in mostra le sue (notevoli) capacità nella coda di quella Spain che Wonder ruba al repertorio di Chick Corea.

 

Fra i classici non mancano nemmeno My cherie amour e la Signed, sealed, delivered I’m yours adottata da Barak Obama per la sua campagna elettorale. Stevie l’ha suonata personalmente alla Convention Democratica. «Abbiamo una missione da compiere, salvare questo nostro pianeta; e dobbiamo farlo credendo in Barak Obama», ha concluso Steveland Hardaway Judkins, in arte Wonder, l’altra sera sotto i riflettori dell’ex KölnArena.

di Andrea Spinelli










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