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INTERVISTA A STEFANO BOLLANI

Sulle dita jazz l'arte si fa ironia

L'artista si è recentemente esibito al Bologna Jazz Festival con un doppio programma. A chi gli contesta le tante distrazioni sul filo del cabaret risponde: "Le critiche costruttive hanno ragione d’essere. Spesso, però, colpiscono troppo in generale"

                                                                                  di Gian Aldo Traversi

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Stefano Bollani (Ansa) Bologna, 17 novembre 2008 - Stefano Bollani, ovvero l’ironia del jazz: la “morfomusica” che si confronta con i sentieri dell’eccesso, ma senza prescindere dal rigore creativo. La star italiana più acclamata a livello mondiale del pianismo che si “scontra” con la matrice afromericana. Virtù spalmata su ottantotto tasti con una libertà mentale e di movimento sconosciuta ai più. Il jazzista delle sbornie satiriche in tivvù, il musicista totale che con Veloso e McFerrin ha incantato la Fenice, si è esibito al teatro delle Celebrazioni con un doppio programma, sintesi tra la poesia e il paradosso, ultima gemma del Bologna Jazz Festival: “piano solo” (la prova che a Keith Jarret fece dire “Non ho nemmeno un seme quando comincio, è come se partissi da zero”), e alla guida dei Visionari, la formazione più amata. Stesso nome dell’album, il quarto che Bollani ha inciso per la Label Bleu. Non è più in scaletta, invece, per un’improvvisa indisposizione di Enrico Rava, il classico duetto con la celebre tromba.


Bollani, le vestali del jazz continuano a non accettare la circolarità innovativa delle sue composizioni che pure la pongono ai vertici del jazz contemporaneo. E neppure le tante distrazioni sul filo del cabaret.
«Ciascuno fa il proprio mestiere. Ed è giusto che abbiano da ridire, ma dovrebbero aver capito che io traggo linfa vitale da tutto quello che faccio, imitazioni comprese. Le critiche costruttive hanno ragione d’essere. Spesso, però, colpiscono troppo in generale. Sono pieno di dubbi anch’io».

 

Eppure per molti le sue imitazioni di Jovanotti, Branduardi e Battiato sono piccoli "masterpiece", con i protagonisti che ne escono in qualche modo abbelliti, più accattivanti, più credibili: miracolo del genio.
«E’ esagerato definirle capolavori: per me sono opzioni musicali diverse, “sovraincisioni” spruzzate di umorismo. Proprio come gli show in cui accompagno la Banda Osiris».

 

Chi ha vinto l’European Jazz Prize (Hans Koller Preis) come Miglior musicista europeo dell’anno 2007 ed è quarto nel celebre Critic’s Poll della rivista Down Beat può volare al di sopra della critica bacchettona.
«Ma io non voglio volare da nessuna parte, dico solo che le classifiche hanno il merito di farti sentire parte di una comune di artisti che fa il proprio mestiere con passione in tutto il mondo, senza indicare necessariamente chi è il più bravo».

 

C’è un altro Bollani pronto a far capolino?
«Non so chi possa assomigliarmi, ma prevedo un futuro di splendori per due giovanissimi pianisti: Giovanni Guidi e Claudio Filippini».

 

Nuovi progetti?
«Intanto sta per uscire lo “Zibaldone del dottor Djembè”, il nuovo disco di satira condivisa con Riondino per un programma radio. E in febbraio verrà pubblicata dall’ Ecm l’ultima creazione di Rava in cui suonerò anch’io».

 

Parliamo dell’album che sfoglierà stasera: “I Visionari” è un titolo che prefigura qualcosa di liquido, rarefatto.
«Proprio perché si rifà alle tre visioni incluse nel disco: tre brani lenti, altrettanti fiorellini ispirati alle “Visions fugitives” di Prokofiev».


Visioni vissute da un gruppo di cui fan parte il sassofonista Mirko Guerrini, il clarinettista Nico Gori, il contrabbassista Ferruccio Spinetti e il batterista Cristiano Calcagnile. In un gioco di rimandi, scherzi e suoni in perfetto equilibrio tra jazz, pop, classica e raffinati echi etno-popolareschi. Tra citazioni ed elaborazioni di musica di ogni genere.  

di Gian Aldo Traversi










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