Notizie spettacoli
 TV   FOTO E VIDEO BLOG SERVIZI LAVORO ANNUNCI CASA
CONCERTO DI FAMIGLIA

Enzo e Paolo Jannacci sul palco

I due artisti si raccontano, parlando del loro rapporto, di cosa li accomuna e cosa li divide. E poi il progetto comune: il 'best of' del padre con un dvd curato dal figlio che racconta l'ultimo concerto allo Smeraldo di Milano

                                                                        di Gian Aldo Traversi

Dimensione testo Testo molto piccolo Testo piccolo Testo normale Testo grande Testo molto grande

Enzo e Paolo Jannacci Bologna, 18 novembre 2008 - Il corto circuito che uno spettacolo di Enzo Jannacci ha messo per decenni in moto erano gesti e canzone, qualche volta impeto civile, quasi sempre divertimento. Non è semplice spiegarlo. Perché qualsiasi etichetta risulta insufficiente per riassumere la personalità di chi è stato caposcuola nell’arte musicale e del cabaret.

 

Un tipetto per niente scontato, l’appulo-meneghino che si specializzò in chirurgia generale in Sudafrica frequentando l’équipe di Christiaan Barnard, crebbe sotto l’ala protettiva di Fo, stregato da Carmelo Bene, Flaiano e Monicelli, duettò e compose con Conte, Chiambretti e Arigliano. Suonando jazz con Gerry Mulligan e Chet Baker. Firmando quaranta album e numerose colonne sonore. Ha 73 anni e pochissime rughe, solite gote rosse, soliti occhiali. Un po’ più canuto, un po’ più panzuto, ma “l’è semper lu” l’inventore del rock italiano con Gaber, Celentano e Tenco. Inconfondibile nella sua gestualità da avvinazzato e nella sua parlata un po’ biascicona. 

 

E' la guest star del concerto di suo figlio Paolo, virtuoso incline a spaziare fra i repertori grazie a un pianismo delicato, riflessivo, di squisita sensibilità timbrica, che nell’occasione presenta al Bravo “Trio”, sua quarta produzione discografica. Un incanto di misura e bellezza interpretato assieme a Marco Ricci al contrabbasso e a Roberto Gualdi alla batteria. Basta, infatti, mettersi all’ascolto, dall’iniziale “Chiara’s tune” alla briosa “Jar jar”, dalla jarrettiana “Paradise lost” alla colorata “Michel” per rendersi conto del talento dell’artista.
 

Il privilegio di lavorare insieme, padre e figlio, non è cosa che capiti a tutti.

«Ma è una situazione che vivo con leggerezza —ammette Enzo senza reticenze—, perché non posso andare a trovare mio figlio tutte le volte che fa un concerto. Oltre ad essere un artista, Paolo è anche una persona elegante. Io ero un contadino, ho studiato tanto per dirozzarmi. In fondo è solo da poco che comincio a capire e ad acquisire consapevolezza. In vece lui è com’ era sua madre: raffinato, in tutto».


Paolo, che cosa comporta lavorare con un genitore così famoso?
«Beh, intanto il piacere di calcare insieme il palco senza essere succubi dei problemi che spesso esistono tra padre e figlio. I nostri li abbiamo superati una ventina d’anni fa. Ed erano grossi. Ora tra noi c’è grande fair play. Dopo essermi reso conto di quanto sia geniale, m’è piaciuto seguirlo nei suoi voli, nei suoi progetti teatrali e discografici, come del resto ho fatto con Fo, Gaber e Chico Buarque. Persone da cui si può imparare molto».


Enzo incassa e minimizza. «Mai sentiti tanti complimenti da mio figlio. Forse ora apprezza il fatto che sia rimasto quella persona trasgressiva degli inizi. Quando magari subivo gli sberleffi da parte di gente che non capiva niente. Effettivamente la mia opera era difficile. Tanto che spesso neppure i giornalisti ne venivano facilmente a capo».
 

Sono le differenze o le analogie a prevalere in casa Jannacci?
«Io sono più cinico, più malleabile, più calcolatore -spiega il rampollo -. Con lui quando ti va bene sei in paradiso, quando ti va male sei in inferno. Ma è denso il connettivo che ci unisce».
 

Che cosa vorrebbe cambiare di suo padre?
«Niente, adesso. Vent’anni fa tutto. Mi piace così».
 

In che cosa vorrebbe somigliargli di più?
«Nell’originalità. Presumo, anzi sono sicuro d’averne di meno».
 

Cuore di papà è d’accordo?
«Neppure un po’, quanto a originalità Paolo non ha niente da imparare: pensi che restava impigliato tra le note quando i suoi coetanei inciampavano nei giocattoli. Così ha finito per farsele amiche. Poi ha trovato il grande amore: il jazz. Che è stato anche il mio primo amore».
 

Se di cognome fai Jannacci e tuo padre si chiama Enzo, le chance di entrare in sala di registrazione dovrebbero essere decisamente più alte della media, no?
«Non è proprio così. Il cognome, se importante, aiuta, ma innesca illazioni e perplessità che ho sperimentato sulla mia pelle».
 

Parliamo dei progetti comuni.
«Per il momento ce n’è uno solo: che è quello di fare questo disco più un dvd sull’ultimo concerto di mio padre ospitato dal teatro Smeraldo. E’ il primo filmato importante su una sua esibizione da quarant’anni in qua. Ne ho curato personalmente arrangiamenti e taglio registico».
 

Titolandolo?
«Semplicemente “Enzo Jannacci The Best”. Uscirà il 21 di novembre».

di Gian Aldo Traversi










Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro

 

Cerca su Quotidiano.Net nel Web