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JAZZ

Lee Konitz, fiato alla sinfonia perfetta

Il musicista di Chicago suona a Bologna insieme al Giovanni Ceccarelli French trio, perché - spiega - è stato attratto "dall'equilibrio e dalla pacata riflessione espressi dal gruppo"

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Lee Konitz (Lapresse) Bologna, 22 aprile 2009 - «Troppo rumore», diceva, «voi siete matti, suonate troppo forte, non riesco neppure a sentirmi». Parola di Lee Konitz, l’artista che firmò “Birth Of The Cool” accanto alla tromba di Miles Davis, l’unico alto sassofonista della sua generazione che sfuggì all’influenza di Charlie Parker. A riferirlo in una recente intervista, assieme ad altri aneddoti, è Bill Holman, geniale arrangiatore suo coetaneo (sono entrambi ultraottantenni). Stasera il musicista di Chicago incontra al Bravo Caffè dalle 22,30 il Giovanni Ceccarelli French trio, con il leader compositore al piano, Chris Jennings al contrabbasso e Patrick Goraguer alla batteria: appuntamento che per la morbidezza rarefatta dei suoni, le ballade venate di dissonanze e soprattutto l’illimitata creatività dell’ospite promette di dilatare le emozioni.

 

Lee, che cosa l’ha attratta di questo progetto?

«Forse più di ogni altra cosa, al di là della freschezza compositiva, l’equilibrio e la pacata riflessione espressi dal gruppo, assieme al rifiuto del coup de théâtre, del tentativo di accattivarsi il pubblico. La sintonia perfetta».

 

In molti la ritengono uno dei profeti del "cool", etichetta che rifiuta. Chiariamo l’equivoco?

«Non ci provo neppure: per “cool” s’intende qualcosa di freddo, agli antipodi dell’ “hot jazz”. Una contrapposizione generata dal fatto che la musica espressa dai neri afroamericani appariva più esplicitata verso l’esterno, secondo gli insegnamenti di Parker. In antitesi a quella che soffiavo nel sax, piena di sottintesi, allineata alla grande lezione di Tristano. Nessuno ha mai saputo spiegarmi in quale prospettiva sarei “cool”».

 

Il sodalizio tra lei e Miles ha suggerito una cifra spropositata di tesi in ogni parte del globo. Pochi musicisti possono vantare riconoscimenti di tale portata.

«Forse è perché abbiamo attraversato tutti gli umori del jazz senza lasciarci trafiggere dalle sue bizzarre evoluzioni. Tra gli altri meriti gli riconosco quello d’essere stato il primo a sfatare i tabù delle derive razziali che affioravano sul palco».

 

Ma pare che le cose non siano andate altrettanto bene con Parker. Holman ricorda che Kenton faticò a convincerla a partecipare al famoso tour europeo che ospitava The Bird.

«Vero: eppure accettai. E il bello è che Charlie alla fine apprezzò la mia tensione all’improvvisione più astratta».

 

Domanda d’obbligo per il fantasioso leader: Ceccarelli, che cosa vuol dire dividere la scena con Konitz?

«E’ come interagire col Mito, perché le sue invenzioni esprimono un messaggio di tale bellezza da proiettare chi ascolta e chi suona con lui verso un cielo in cui non c’è posto per le banalità quotidiane». Questa non è retorica. 

di Gian Aldo Traversi










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