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NewYork

CASA BIANCA 2008

Al voto i disillusi di Ground Zero
tra crisi e affitti alle stelle

«TUTTO RICOMINCIA qui, dove tutto sembrava perduto. Io a votare ci vado, ma non ho la più pallida idea di chi scegliere. I politici dicono che faranno mari e monti, ma quando vai a controllare, scopri che dentro al pacchetto infiocchettato non c’è nulla». Antony, 42 anni, di Jersey Shore...

 

                                                                                di Lorenzo Bianchi

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McCain e Obama a Ground Zero New York, 2 novembre 2008. «TUTTO RICOMINCIA qui, dove tutto sembrava perduto. Io a votare ci vado, ma non ho la più pallida idea di chi scegliere. I politici dicono che faranno mari e monti, ma quando vai a controllare, scopri che dentro al pacchetto infiocchettato non c’è nulla». Antony, 42 anni, di Jersey Shore in New Jersey, lavora per la Phoenix Constructions nel posto più simbolico della Grande Mela. Dirige il traffico di accesso a uno dei tanti cantieri – formicaio di una «Ground zero» che non è più solo una meta obbligata di pellegrinaggi e di lacrime. Il simbolo è impallidito per il momento. Fra gli addetti ai lavori di diciannove agenzie pubbliche, di due grandi contractor privati, di centouno subappaltatori, di trentatre studi di architetti e di designers di grido, si depositano i normali miasmi della campagna elettorale. Bruce Molinari, 58 anni, è un tecnico che ha deciso di scegliere John McCain: «Qui si lavora sodo, non cambia nulla. Obama è un socialista. Pensa di incidere sul capitalismo che si rigenera da due secoli e mezzo. Ha presente Frank Raines, il manager di Fannie Mae che ha mentito a tutti sulla solidità dell’azienda e se n’è andato con 250 milioni di liquidazione in tasca? Si tenga bene. Adesso è il responsabile finanziario del candidato democratico alla presidenza. Per questo le dicevo che non cambia nulla».
 

 

John, 73 anni, approfitta di un coriandolo di pausa nel lavoro convulso del grande alveare: «Io sono per McCain. La ragione è semplicissima. I media sono tutti liberal e vogliono Obama su quella poltrona della Casa Bianca. Nessuno gli chiede da dove vengono le sue montagne di soldi. Lui è un gran bugiardo. Le lobbies lo fermeranno quando tenterà di mettere in pratica quello che va dicendo. Obama lo sa, in fondo non è stupido. Io ero andato in pensione, ma sono dovuto tornare al lavoro. E’ meglio così».

 


Angela Arroyo, 39 anni, di Brooklyn, e Theresa Collin, 21, di Queens, sono, politicamente, la luna e il sole del cantiere che sta sorgendo sulle macerie della Deutsche Bank. Angela è una fan decisa di Obama: «McCain e la Palin con il sorriso fisso incollato sulle labbra ci portano verso la prossima guerra, all’Iran o a qualche altro maledetto paese. Io sono una elettrice swing, ossia pendolare fra i due partiti maggiori. Ho votato repubblicano l’ultima volta». Sulle labbra giovani e sorridenti di Theresa ritorna l’accusa che qui, nel cuore degli Stati Uniti, suona come un anatema biblico: «Obama è un socialista, è peggio di Karl Marx. A Joe l’idraulico (l’eroe della resistenza alle tasse inventato dalla campagna di McCain, ndr) ha detto che vuole ridistribuire la ricchezza. Non parla di inasprimenti fiscali per la classe media, ma mente per la gola: come fa a finanziare programmi sociali di quella portata senza alzare le tasse?». Antony continua a sbracciarsi per disciplinare l’afflusso dei mezzi pesanti: «Ho un figlio, Christian, che sta finendo le elementari. Nessuno parla della scuola, che è il nostro futuro. Gli affitti sono arrivati a valori insostenibili. Tremila dollari al mese, non qui ma a Brooklyn o a Queens, quartieri molto più popolari».
 

La crisi ha rallentato anche la rinascita di «Ground zero». Il «Grattacielo della Libertà» arriverà a 530 metri, l’equivalente di 1776 piedi (l’anno della nascita degli Stati Uniti), solo nel 2014, invece che nel 2011. L’«oculus», la cupola della stazione ferroviaria sotterranea che Calatrava voleva mobile per catturare tutti i giorni un po’ di cielo e qualche soffio d’aria, sarà fissa. L’opera costerà più di 18 milioni di dollari invece dei 15 in bilancio. Dieci anni dopo sarà pronto solo il simbolo specifico della tragedia, il museo – memoriale dedicato ai tremila caduti.

Lorenzo Bianchi

 

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