E’ stato un incontro "candido e cordiale" dicono gli uomini di Bush. Parlano di visita storica quelli di Obama. Qualcuno sostiene invece che nel loro primo faccia a faccia sia andata in frantumi qualche porcellana cinese della Casa Bianca. In meno di 120 minuti...
di Giampaolo Pioli
New York, 12 novembre 2008. E’ stato un incontro "candido e cordiale" dicono gli uomini di Bush. Parlano di visita storica quelli di Obama. Qualcuno sostiene invece che nel loro primo faccia a faccia sia andata in frantumi qualche porcellana cinese della Casa Bianca. In meno di 120 minuti trascorsi insieme, incluso il the con le first lady, George W e Barack hanno iniziato lunedì un delicatissimo "passaggio di poteri" che da un lato è l’ esemplare trionfo della democrazia americana, ma dall’latro potrebbe diventare nei prossimi giorni una vera "resa dei conti".
Molte differenze restano non solo sulla guerra in Iraq e in Afghanistan, dove Obama giudica interessante la possibilità di stabilire accordi anche con gli iraniani per un loro intervento sulla pacificazione regionale e un deciso impegno nella lotta contro Bin Laden, ma ad esempio sulle cellule staminali. Bush è contrario all’utilizzo di "cellule embrionali", mentre Obama è favorevole e si prepara a cambiare il provvedimento. Lo rimarrà nonostante il monito di ieri della Santa Sede che lo ha pubblicamente invitato a non modificare le norme esistenti, ma in America anche il 54% dei cattolici sono favorevoli oltre ad un numero molto superiore nelle altre confessioni e Obama è molto probabile che segua loro e non "il ministro della salute vaticano", cardinale Lozano Barragan.
Sebbene il presidente-uscente abbia tutte le intenzioni di rendere la transizione "rapida, efficace e senza scontri" e il presidente-eletto si tenga in disparte dal prossimo vertice economico mondiale col gruppo dei paesi dei G20 che si tiene venerdì e sabato a Washington (rimarrà a Chicago senza incontrare leader stranieri per non interferire o sovrapporsi all’attuale comandante in capo), gli Stati Uniti si preparano ad un radicale cambio di amministrazione che potrebbe avere da qui al 20 gennaio strascichi, vendette e pericolosi colpi di coda, mentre il paese continua a precipitare in una recessione sempre più profonda che potrebbe trasformarsi in "grande depressione".
Oggi al Palazzo dell’Onu, George W. Bush e il re saudita Abdullah, insieme a diversi capi di stato che includono il presidente israeliano Peres e quello palestinese Abu Mazen, dopo una cena definita della "grande inclusione" organizzata quasi in segreto dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, parleranno dei problemi interreligiosi e della libertà di culto come strumento per la conciliazione dei popoli e delle culture. Sarà una delle sue ultime vetrine internazionali.
A Washington in queste ore basterebbe che si riconciliassero invece i democratici che hanno la maggioranza alla Camera e al Senato, con i repubblicani più moderati e centristi per far nascere sotto la presidenza di Obama una stagione "bipartisan" piena di aspettative, una sorta di "grande coalizione" all’interno del Congresso per affrontare e votare le riforme che attendono da tempo a partire dalla devastante crisi economica. Nonostante le premesse l’approccio non appare facile perché sempre questa mattina a Miami organizzato dalla conferenza dei governatori, i maggiori leader repubblicani si riuniranno per "rifondare il partito di Reagan" dopo la severa batosta elettorale che lo ha visto perdere non solo la presidenza ma anche numerose poltrone al Senato e 20 seggi alla Camera.
Elegante e sicuro di sé, Obama ha definito molto cordiale il suo primo faccia a faccia con Bush. L’immagine che il neo presidente vuole dare è di una transizione comunque pacifica. Un segnale della sua volontà di mediazione lo ha già dato chiamando al telefono il leader democratico del senato Harry Reid per invitarlo a non "punire" e a non espellere il senatore democratico-indipendente Lieberman diventato braccio destro di McCain in tutta la campagna elettorale. "Non facciamolo diventare un martire cacciandolo fuori - avrebbe detto Obama ai suoi - l’America ha bisogno rompere i tradizionali steccati tra i partiti". Bush e Obama hanno parlato anche di salvataggio dell’industria automobilistica e nuovo pacchetto di stimolo alle famiglie. Bush potrebbe firmare i provvedimenti anche nella settimana dopo il summit, ma avrebbe chiesto in cambio ai democratici l’eliminazione del veto sul suo trattato commerciale con la Colombia che non riesce a far passare. La Casa Bianca nega che si sia parlato di "scambio" ma un fatto è certo: ci sono stati sorrisi, ma non intesa a prima vista.
Giampaolo Pioli
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