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Obama insiste su Hillary agli Esteri
e sifda i malumori di partito

Appaiono sempre più netti i segnali bipartisan. Il primo gesto dei senatori democratici dopo l’elezione di Obama è stato ieri a sorpresa il «perdono» di Joe Lieberman, che aveva scelto di diventare il braccio destro di John McCain, attaccando Barack durante la campagna elettorale. Con un voto segreto...

 

                                                                                di Giampaolo Pioli

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hillary clinton New York, 19 novembre 2008. Appaiono sempre più netti i segnali bipartisan. Il primo gesto dei senatori democratici dopo l’elezione di Obama è stato ieri a sorpresa il «perdono» di Joe Lieberman, che aveva scelto di diventare il braccio destro di John McCain, attaccando Barack durante la campagna elettorale. Con un voto segreto al quale ha patecipato anche il senatore Ted Kennedy, tornato al lavoro dopo sei mesi di terapia per curarsi il cancro, l’intero gruppo dei democratici lo ha riconfermato nella posizione di presidente della commissione sicurezza. Da Chicago Obama aveva chiesto ai suoi di «guardare al futuro e non al passato» invitando i senatori non incattivirsi su Lieberman e ieri è stato accontentato.

 

Il presidente eletto capisce che il suo storico insediamento del 20 gennaio sarà una svolta. Sa che quasi quattro milioni di persone cercheranno di riversarsi nelle strade di Washington anche se ci saranno solo 250.000 biglietti disponibili, ma si concentra soprattutto nell’assicurare a Camera e Senato una maggioranza non solo autorevole ma bipartisan, in grado di assicurargli il voto chiave nelle principali decisioni. Mentre il cardinale James Francis Stafford definisce la presidenza di Obama «l’orto del Gestsemani» con un Gesù Cristo in agonia e un vero «terremoto culturale» perché la sua piattaforma sarà quella di un «estremista anti-vita», anche all’interno del partito democratico l’ala più liberal mugugna. Non ha gradito il grande clamore e la deferenza con la quale ha presentato l’interesse di Hillary al posto di segretario di Stato. C’è chi crede che John Kerry o Bill Richardson sarebbero altrettanto qualificati, ma che siano stati sacrificati sull’altare dell’intesa coi Clinton. Secondo il Guardian, Hillary abvrebbe già accettato di prendere il posto di Condoleezza Rice e per questo sarebbe andata a Chicago, anche se la decisione ufficiale avverrà solo quando il team di Obama avrà completato l’esame del patrimonio e delle relazioni internazionali dell’ex presidente democratico e della moglie per evitare sia eventuali conflitti d’interesse che gravi imbarazzi e sorprese in occasione della conferma della candidatura al Senato.

 

In queste ore Obama sta facendo pressione sui due rami del parlamento perché approvino un altro prestito ponte o un pacchetto di aiuti di 25 miliardi di dollari per la General Motors e l’intero settore dell’auto. Il segretario al Tesoro Paulson fa sapere che non distribuirà subito tutti i 750miliardi di dollari stanziati dal governo, ma soltanto la metà, per lasciare l’altra parte completamente nelle mani di Obama che potrà usarla dopo il giuramento del 20 gennaio. L’ostacolo più grosso per il presidente sembra arrivare dal Pentagono. L’ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate, ha detto — una volta saputo che Obama intende procedere con un ritiro rapido dall’Iraq che si concluda nei primi 16 mesi del suo insediamento —  senza mezzi termini che "dal punto di vista militare resta preferibile prendere decisioni basate sulle condizioni del terreno". Non è un no secco a Obama, ma un avvertimento del quale il neo presidente dovrà tenere conto visto che la sua intenzione è di ridispiegare in parte gli uomini ritirati dall’Iraq sul difficile e molto più impegnativo fronte dell’Afghanistan.

Secondo Newsweek, il più quotato come ministro della giustizia potrebbe sarebbe l’avvocato afroamericano Eric Holder. Per Caroline Kennedy si parla di un posto come ambasciatrice all’Onu.

Giampaolo Pioli

 

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