Dopo anni in cui il solare aveva attirato grandi capitali, si prevede che nel 2009 le vendite dei chip che permettono di convertire la luce in elettricità caleranno del 20%. E gli speculatori sposta gli investimenti da compagnie che effettuano ricerche sulle fonti alternative ad aziende che si concentrano su come rendere più efficienti gli attuali sistemi
di Luca Bolognini
New York, 11 maggio 2009. Tempi bui per l’energia solare e per gli investimenti sulle fonti rinnovabili. Dopo anni in cui il fotovoltaico aveva attirato grandi capitali, si prevede che nel 2009 le vendite dei chip che permettono di convertire i raggi del sole in elettricità caleranno del 20%.
In tutta risposta, riporta il Wall Street Journal, le aziende che producono pannelli solari stanno ritardando la costruzione di nuovi impianti e stanno tagliando i prezzi. Per il settore si preannuncia un “annus horribilis”: i ricavi delle compagnie che vendono energia fotovoltaica scenderanno da 3,95 dollari per Watt a 2 dollari. “I clienti - spiega Anton Miller, amministratore delegato della tedesca Q-Cells - chiedono di potere acquistare meno elettricità e di avere prezzi più bassi”. Secondo il quotidiano finanziario, due sarebbero le cause di questa crisi: “la recessione globale e la contrazione sul credito”.
Sul lungo termine, l’abbassamento delle richieste da parte delle aziende che producono energia fotovoltaica, potrebbe rendere il solare competitivo con il petrolio, anche se il prezzo del barile rimanesse attorno ai 50 dollari. “Nel corto periodo - avverte però Sven Hansen, responsabile degli investimenti per Good Energies - il settore affronterà una delle situazioni più difficili di sempre”.
Ma non è solo il fotovoltaico a essere alle strette: i venture capitalist americani, secondo il New York Times, stanno rivedendo i loro piani, spostando gli investimenti da compagnie che effettuano ricerche sulle fonti alternative ad aziende che si concentrano su come rendere più efficienti gli attuali sistemi. Sviluppare nuove forme di energia richiede centinaia di milioni di dollari e lunghe attese prima di avere un ritorno sull’investimento. Circa la metà dei dollari investiti in tecnologie pulite lo scorso anno è finita nelle mani di compagnie impegnate sul fronte delle energie alternative. Nel primo trimestre del 2009, solo un terzo dei venture capitalist ha deciso di proseguire su questa strada.
Non tutti però condividono questa scelta. Mark Heesen pensa che la rivoluzione copernicana dell’energia non arriverà dalle aziende che cercano di migliorare i sistemi esistenti: “Cercare nuove forme di carburante costa certamente di più”, sottolinea il presidente della National Venture Capitalist Association. Ma quando si ricercano tecnologie in grado di cambiare le regole del gioco - sottolinea - non ci si rivolge a società che si sforzano di rendere più efficienti paradigmi già affermati.
Luca Bolognini
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