"Giudica il tuo successo in relazione a ciò cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo": ma nel mondo dello sport in troppi l’onore non sanno che cosa sia e per il successo rinuncerebbero a tutto. Fuorchè doparsi........ di Xavier Jacobelli
SE È VERO che, quando si tocca il fondo c’è sempre chi comincia a scavare, alcuni campioni dello sport non sono atleti. Sono talpe. Avanti di questo passo e diventerà una barzelletta anche l’ultima gaffe del presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), il belga Jacques Rogge, quello che non sa dove sia il Tibet e vigliacco se spende una parola per i monaci massacrati dal regime comunista cinese. «Ai Giochi mi aspetto 40 casi di doping», aveva preconizzato Rogge.
A giudicare dal bombardamento di squalifiche di queste ore, sarà un trionfo se non saranno già quaranta prima che si inizino i Giochi alle ore 8.08 dell’8 agosto 2008. I cinesi dicono che la combinazione porti fortuna. Può darsi. Ma qualcuno ha dato i numeri: fra la rivolta di Lhasa, il terremoto nel Sichuan, la censura di Internet e della stampa libera, lo smog che avvelena Pechino, i diritti umani calpestati e gli altri obbrobri, se questi sono Giochi Olimpici, De Coubertin era un baro, non un barone.
Tutti sono innocenti sino a prova contraria, ma il flagello del doping non ci risparmia nulla a ogni latitudine. Certo, noi italiani riusciamo sempre a farci riconoscere, come Riccò, Bastianelli e Baldini possono confermare.
Ma anche gli altri non scherzano e il campionario è impressionante: dalle sette atlete russe che non vedremo gareggiare sulla pista del Nido d’Uccello (lo stadio olimpico di Pechino) perché accusate di essersi scambiate le urine, agli azeri che chiedono l’esclusione della nazionale femminile spagnola di hockey prato per la positività di due atlete, agli americani che accusano i cinesi di doping anagrafico, di avere cioè taroccato l’età di due ginnaste bambine pur di vincere l’oro.
Considerato che mancano sei giorni ai Giochi, il peggio deve ancora venire. Altro che citius, altius, fortius, (più veloce, più in alto, più forte): il motto olimpico deve essere rivisto. Più trucchi, più imbrogli, più vinci.
E pensare che, fra i 18 principi del Dalai Lama per il nuovo millennio, ce ne sono almeno due che i dopati di tutto il mondo dovrebbero mandare a memoria.
Numero 11: vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.
Numero 18: giudica il tuo successo in relazione a ciò cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo. Il guaio, Santità, è che troppi l’onore non sanno che cosa sia e per il successo rinuncerebbero a tutto. Fuorchè doparsi.
di Xavier Jacobelli