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Corte Suprema Usa: processo da rifare
perché la donna uccisa non era in aula

La Corte Suprema degli S ha stabilito che il processo contro Dwayne Giles, condannato a Los Angeles nel 2000 per avere ucciso la fidanzata con sei colpi di pistola, deve essere rifatto perche' la donna, sua principale accusatrice, non era presente in aula

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Washington, 25 giugno 2008 - Sentenza decisamente paradossale, la Corte Suprema Usa ha stabilito che il processo contro Dwayne Giles, condannato a Los Angeles nel 2000 per avere ucciso la fidanzata con sei colpi di pistola, deve essere rifatto perche' la donna, sua principale accusatrice, non era presente in aula.

Il fatto che la vittima non abbia potuto testimoniare al processo per il solo fatto che era stata appena uccisa dal fidanzato e' stato giudicato un fatto tecnico da sei giudici della Corte Suprema (su nove) che hanno preso atto della situazione sfavorevole creatasi, dal punto di vista legale, per Giles.

L'errore di base del primo processo, secondo i giudici, e' stato di consentire ad alcuni poliziotti di riferire in aula le accuse fatte dalla donna al fidanzato, pochi giorni prima di essere uccisa da lui, senza che la difesa avesse la possibilita' di confutarle al processo, a causa della morte della testimone.

La Corte Suprema della California aveva stabilito che un annullamento del primo processo avrebbe dato un vantaggio immeritato all'accusato e offerto un incentivo (nei casi di dispute familiari) ad uccidere il partner per evitare che diventi un testimone scomodo.

Nel caso specifico Dwayne sosteneva di avere ucciso la fidanzata per legittima difesa. Tre settimane prima la donna aveva chiamato la polizia per denunciare di essere stata minacciata dal fidanzato con un coltello. Nel processo i poliziotti avevano raccontato il primo incidente smontando la tesi della difesa. Ma, secondo la decisione odierna della Corte Suprema Usa, la impossibilita' dell'imputato di confutare questa testimonianza 'postuma' si era trasformata in una violazione dei suoi diritti di imputato.

La sentenza odierna della Corte Suprema era attesa con interesse, e con preoccupazione, dai legali che si occupano di casi di violenze familiari dove spesso le vittime si rifiutano di comparire in aula per non trovarsi al cospetto del loro abusatore.










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