Roma, 14 novembre 2007 - Giornata decisiva a Palazzo Madama per l'approvazione della Finanziaria e i mal di pancia del governo, su cui pende la 'spallata' preconizzata da Berlusconi. La maggioranza può contare sui voti di tre senatori a vita (Montalcini, Colombo e Scalfaro) e probabilmente di Andreotti, mentre i diniani non hanno ancora sciolto la riserva sul voto definitivo della Finanziaria.
IL SI' DI MASTELLA
Clemente Mastella voterà sì alla norma sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici. Lo riferisce lo stesso ministro della Giustizia spiegando che il voto sarà favorevole perchè "sono state accolte le nostre istanze. Noi abbiamo difeso dei principi, non dei privilegi - ha aggiunto Mastella - Che il ministro della giustizia in aula spieghi i motivi di incostituzionalità di una norma - ha proseguito - mi sembra il minimo".
Sul nuovo testo riformulato sul tetto agli stipendi dei manager pubblici, Mastella ha detto: «Se quello che mi hanno riferito Prodi e Lega è così, la misura va bene».
L'ACCORDO RAGGIUNTO
Intanto maggioranza e governo hanno raggiunto l'intesa sul tetto agli stipendi dei manager pubblici previsto in Finanziaria: restano fuori i contratti in essere di natura privatistica. Ma dall'Udeur al momento arriva un sì con riserva.
"In linea di massima il problema è risolto - afferma il capogruppo in Senato Tommaso Barbato - ma prima di pronunciarci aspettiamo di vedere il testo riformulato".
In pratica, l'intesa raggiunta all'interno dell'Unione, spiega il relatore Giovanni Legnini (Ulivo), esclude dal tetto agli stipendi dei manager i contratti in essere di natura privatistica (Rai, Fs, e così via): il taglio alle retribuzioni dei dirigenti varrà dal nuovo contratto.
Invece, sulle altre eventuali indennità percepite dai manager con contratti di natura privatistica, si applica immediatamente il taglio delle retribuzioni.
Per tutti gli altri manager il tetto si applicherà in maniera graduale con una riduzione del 25% l'anno per quattro anni dello stipendio percepito fino ad arrivare al limite massimo consentito dalla norma (274 mila, cioè lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione).
Restano escluse dalla misura, le società quotate, le Autorità di vigilanza (inclusa la Banca d'Italia) e gli Organi Costituzionali. Anche ai contratti d'opera non verrà applicato il tetto.
"Abbiamo risolto - commenta il presidente dei senatori dell'Ulivo Anna Finocchiaro - non si toccano i contratti in essere come voleva Mastella. Credo che su questo punto abbiamo chiuso definitivamente".
L'esclusione dei contratti in essere dal tetto era stata chiesta ieri in Aula dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che aveva annunciato il 'no' del suo gruppo sulla norma così com'era stata scritta originariamente.
L'Udeur dovrebbe quindi dare il suo sì oggi in Aula, ma prima di sciogliere le riserve attende di vedere la formulazione definitiva dell'emendamento. I lavori in Aula riprenderanno alle 9.30 e il voto finale è atteso per oggi.
Alla riunione di maggioranza di questa mattina non hanno partecipato i senatori 'diniani'.
L'ATTESA DI BERLUSCONI
Mai come in questo momento Silvio Berlusconi si mostra guardingo e aspetta gli eventi. Il Cavaliere, che sulla caduta del Governo molto si è speso, continua a ritenere la situazione incerta."Siamo al 60% a 40%", ha confidato ieri a chi lo ha incontrato, puntando ancora una volta il dito sulle "contraddizioni" che caratterizzano la maggioranza attualmente in sella ma senza dare troppa enfasi allo scivolone dell'Unione.
Ma la battaglia di Berlusconi, che appena tre giorni fa a Montecatini ha ripetuto "non cambio strategia", punta su tempi differiti rispetto alla giornata di oggi. Il Cavaliere non si nasconde l'ipotesi che il governo possa passare indenne il voto, ma di per sé questo potrebbe non significare la 'madre di tutte le sconfitte'. Molte fonti, infatti, fanno notare che sia il Dl fiscale collegato alla Finanziaria, sia la legge di bilancio sono destinati a una inevitabile navetta tra Senato e Camera.
Berlusconi insomma guarda lontano. E punta sulle modifiche che, anche se domani Prodi superasse il voto di palazzo Chigi, sono già state annunciate (nel caso del Dl relativamente al bonus incapienti)e che dovranno necessariamente essere votate. E soprattutto confida nel fatto che se la maggioranza fosse costretta a blindare i nuovi testi, magari troppo sbilanciati verso le sinistre, qualcuno tra i moderati finirebbe per sfilarsi definitivamente.
Da An mettono in chiaro invece "se la Finanziaria non passa, il percorso istituzionale coinvolge il capo dello Stato". In caso contrario "si apre una questione nella Cdl".
PRODI OTTIMISTA
Romano Prodi mostra ottimismo per l'approvazione della Finanziaria e agli avversari manda un messaggio chiaro: se il Governo cade, si va alle elezioni. "Abbiamo preparato tutto bene e sono fiducioso. Non c'è bisogno di avere una strategia contro i grandi rischi", ha detto ieri il premier. Del resto, nonostante la battuta d'arresto di ieri mattina, con l'emendamento dell'opposizione approvato dall'Aula di palazzo Madama, è il ragionamento, ormai tutta la maggioranza ha partecipato attivamente alla stesura della Finanziaria, grazie "alla coraggiosa scelta di non porre la fiducia: è stata questa la chiave". Ma le incognite ci sono: i diniani, che si riuniranno prima del voto finale sulla manovra per decidere quale posizione prendere.
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