Roma, 4 febbraio 2008 - "È diffusa tra le forze politiche la consapevolezza della necessità di modificare la legge elettorale vigente. Non ho riscontrato però l'esistenza di una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale.
Nel rammaricarmi della impossibilità di raggiungere un obiettivo che ritengo necessario per il paese, voglio ringraziare tutti coloro che hanno partecipato agli incontri. Per queste ragioni ho rimesso nelle mani del presidente della Repubblica l'incarico che mi è stato conferito".
Lo ha affermato il presidente del Senato Franco Marini dopo l'incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Quattro giorni per un mandato difficile, poi fallito per il muro invalicabile messo su dal centrodestra.
Franco Marini rinuncia all'incarico che Giorgio Napolitano gli ha affidato nella speranza di cambiare la legge elettorale, e lo fa con rammarico, ancora convinto che la riforma del sistema di voto fosse necessaria per il Paese.
Che il compito fosse gravoso Marini lo ha sempre ammesso, lasciando però sempre qualche spiraglio aperto. Nei giorni scorsi il Presidente del Senato le ha tentate tutte, seppure indirettamente, per convincere Berlusconi. Lo ha fatto lasciando intendere che la bozza Bianco, da cui si partiva, potesse poi essere migliorata; e lo ha fatto giocandosi la 'carta sociale', sperando in un pressing da parte delle organizzazioni imprenditoriali, prima che sindacali. Ma è stato proprio sabato, dopo che quelle consultazioni non producevano nessuno spostamento nel centrodestra, che si è convinto che non c'erano più i margini.
Per questo le consultazioni di stamattina non sono state l'ultima tappa del suo tentativo, ma la prima di un nuovo percorso, che porterà alle urne. Perché Marini, e questo lo ha ripetuto a Fini, Berlusconi e Veltroni, si è detto convinto che, fallito il tentativo, non potessero esserci subordinate e che il suo mandato era limitato ad un Governo per la riforma della legge elettorale, sostenuto da un ampio consenso politico. Nessun governicchio insomma, nemmeno mirato al solo referendum. Ed ha ricevuto le risposte ormai già attese: il no secco di Forza Italia e An, decisi ad andare al voto subito per mancanza di condizioni su soluzioni alternative. Salvo poi, ma questo è il caso di Berlusconi, considerare il dialogo solo in un secondo momento, appunto dopo il voto.
Anche nell'incontro con il Pd c'è stata una reciproca presa d'atto sul fatto che la partita fosse ormai chiusa.
Per Veltroni il no di Berlusconi ad un Governo anche limitato rappresenta un'altra "occasione persa". Insomma, se come ha detto Marini stasera al Quirinale, è stato impossibile individuare una maggioranza per la riforma del voto, il Pd individua chiaramente in Silvio Berlusconi il responsabile del fallimento. In ogni caso, ormai è aperta la strada per il voto. E Marini, chiuso il giro di consultazioni con gli ex capi di Stato ha chiesto subito di riferire a Napolitano, convinto che, quella di stringere i tempi è, a questo punto, "un'esigenza del Paese".
NUOVI SCENARI
Già domani il Capo dello Stato potrebbe dare il via all'iter per lo scioglimento delle Camere per arrivare nella giornata di mercoledì all'atto finale: la firma del decreto che manda in soffitta la quindicesima legislatura. In un paio di giorni saranno sbrigati tutti i passaggi formali per aprire la strada alle elezioni anticipate, invocate fin dal giorno della caduta del governo Prodi, il 24 gennaio, da tutta l'opposizione e da qualche 'piccolo' della maggioranza. La data su cui si sta concentrando l'attenzione per le politiche è il 13 aprile, mentre già domani dovrebbe essere stabilita quella per il referendum sulla legge elettorale. La prassi costituzionale prevede che il referendum slitti se, una volta indetto, vengono sciolte le Camere.
Niente ha potuto l'esplorazione di Marini che Napolitano ha seguito passo dopo passo, niente l'appello del presidente incaricato a Forza Italia, niente la speranza di trovare un interlocutore nelle associazioni imprenditoriali che all'indomani dell'apertura della crisi sembravano invocare, con una dichiarazione del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, un governo 'ponte' per la riforma della legge elettorale.
Ma adesso, dopo la rinuncia di Marini, argomentata con l"impossibilità" di trovare una maggioranza su una "precisa" riforma della legge elettorale, sul tavolo del presidente sembra esserci solo l'ipotesi delle urne anticipate. Avvalendosi dei poteri che gli sono conferiti dall'articolo 88 della Costituzione Napolitano potrà prendere, con ogni probabilità mercoledì, "la decisione più impegnativa e grave affidata dalla Costituzione al presidente della Repubblica".
Una 'spia' delle intenzioni del Colle è anche l'implicito riferimento ad uno scioglimento anticipato delle Camere contenuto in una nota ufficiosa di oggi pomeriggio nella quale Napolitano ha fatto sapere di avere chiesto che non decada la legislazione in materia di sicurezza sul lavoro anche qualora finisca la legislatura. Primo passo per lo scioglimento delle Camere sarà sentire i presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, cosa che potrebbe avvenire già domani dopo che Napolitano avrà presenziato, alle 11, all'inaugurazione dell'anno giudiziario alla Corte dei Conti. Non è un mistero che per Bertinotti la legislatura sia finita.
Una volta firmato il decreto di scioglimento delle Camere, che sarà controfirmato dal presidente del consiglio 'sfiduciato' Romano Prodi, si dovrà fissare la data delle elezioni politiche (entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere) e quella della prima seduta delle Camere per l'elezione dei nuovi presidenti (entro 20 giorni dalle elezioni).
Potrebbe bastare un solo decreto a stabilire queste scadenze ma più probabilmente a quello di scioglimento delle Camere ne seguirà uno con la data dei comizi elettorali, approvato dal Consiglio dei ministri.
Decidere lo scioglimento delle Camere dopo avere indetto il referendum farà scattare lo slittamento della consultazione ed eviterà che questa avvenga neanche due mesi dall'insediamento del nuovo Parlamento. La partita più importante è ora decidere la data del voto che, calendario e conti alla mano, dovrebbe essere il 13 aprile.
Se le Camere fossero sciolte entro un paio di giorni, domani o dopo domani, l'arco di tempo utile (fissato per legge tra 45 e 70 giorni dallo scioglimento) scadrebbe intorno alla metà di aprile. Se le Camere fossero sciolte dopo e si avesse più tempo il 20 aprile non sarebbe una data buona perchè coinciderebbe con la Pasqua ebraica. Resta da vedere come regolarsi per la tornata di amministrative, che per legge dovrebbero tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno. Possibile una seconda data, magari a maggio, ma anche un election day che necessiterebbe di un decreto per i due giorni di anticipo. Argomenti che potrebbero essere affrontati già domani nel Consiglio dei ministri che indirrà la data per il referendum. Un atto dovuto, dopo la sentenza della Consulta, e dunque il Governo procederà, indicato probabilmente la prima domenica di giugno - l'otto -, salvo prevedere poi lo slittamento, di un anno, dopo lo scioglimento delle Camere.
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