Il ministro delle Politiche Agricole: "Politica europea sbagliata, ma l'Italia paga anche per i propri errori. L'unica multinazionale che intendo difendere è quella dei contadini"
Roma, 22 agosto 2008 - RINCARI con gaffe? Che vi siano è certo, che qualcosa non sia andato per il verso giusto, anche. Tanto che lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico torna sull’argomento e precisa: i dati dell'Osservatorio prezzi, consultabili sul sito forniscono una mappa città per città sui beni di largo consumo, indicando un prezzo minimo, medio e massimo nel singolo capoluogo, ma non sono comparabili. Non corretti e non smentiti, invece, sono i rincari pubblicati sul Quaderno dei prezzi di giugno: come il 30,4% in più della pasta. "Siamo di fronte a prezzi abnormi ingiustificati a fronte di una diminuzione del grano dal 15% al 25% — tuona il Codacons —. Questi aumenti sono il frutto di una selvaggia speculazione che integra il reato penale di aggiotaggio e per questa ragione li denunceremo a 194 Procure della Repubblica d’Italia".
LUCA Zaia è il ministro delle Politiche Agricole.
Signor ministro, lei sapeva qualcosa di questo equivoco sulle cifre?
"Non ne sono al corrente. Ad ogni buon conto ho programmato un incontro con amici pastai dai quali intendo farmi dire esattamente quando può costare il prodotto all’azienda escluse le spese per la pubblicità. Sarà un elemento di conoscenza in più per valutare le dinamiche del mercato".
Lei sta lavorando all’accorciamento della filiera del latte che segna un + 241%. E’ possibile fare altrettanto per pane e pasta?
"Non è materia di mia competenza perché riguarda il settore agroalimentare; ma penso a un paniere in dovrebbero esserci prezzi politici di riferimento per determinati prodotti. Io, per esempio, sono convinto che si debbano indicare caratteristiche e prezzo del pane comune e dello spaghetto standard prodotto in Italia".
I rincari nella filiera agricola sono comunque saliti alle stelle: + 369% la pasta, addirittura + 1.325% il pane dal produttore al consumatore. Cosa pensa di fare?
"Innanzitutto inquadriamo le ragioni di questi aumenti. E’ cresciuto il costo delle materie prime — del petrolio in particolare — ma è accaduto anche un imprevisto aumento della richiesta di generi alimentari da parte dei paesi in via di sviluppo. L’Europa, che ha perseguito al politica delle eccedenze, era impreparata di fronte a questo fenomeno e ora si trova di fronte a un grave problema di carenza produttiva".
Come si può rimediare?
"Favorendo una presa di coscienza che non c’è mai stata: occorre capire che l’agricoltura è un bene primario".
Più in concreto?
"Bisogna snellire la burocrazia, che sembra fatta apposta per favorire le multinazionali a detrimento delle aziende agricole. Le piccole aziende italiane non possono competere con le multinazionali, ma offrono prodotti di qualità elevatissima oltre a un paniere assai diversificato che va dal lardo di Colonnata agli agrumi di Sicilia al suino padano, alle circa 500 qualità di vini tra cui 316 Doc, 38 Docg, 118 Ict. Ocorre tutelare e incrementare il made in Italy perché la qualità dei prodotti è la nostra ricchezza. La multinazionale che io difendo è quella dei contadini".
Che altro?
"Occorre avvicinare produttori e consumatori, incentivare la nascita dei farmer market. Acquistare bene è uno degli strumenti per risparmiare. In Italia, per esempio ci sono 40mila stalle che producono latte. Basta portare con sé una bottiglia e si torna a casa pagandolo 40 centesimi il litro anziché un euro e 30-un euro e 40 del negozio. E’ un esempio, ma vale anche per altri prodotti. Anche la grande distribuzione deve fare la sua parte perché la situazione è grave. In Germania ci sono gli hard discount che rigirano ai produttori locali una parte del guadagno della vendita del loro latte. Così i consumatori sanno che se comprano quel latte sostengono i produttori locali.
Oltre che di filiera, c’è dunque un problema di cultura dell’acquisto?
"Certamente: dobbiamo comperare i prodotti di stagione che costano meno e non quelli che arrivano fuori stagione dall’estero. magari da quei paesi in cui ancora di utilizza il Ddt. Dobbiamo preferire il prosciutto locale piuttosto che acquistare quello spagnolo, che costa dieci volte di più e via dicendo".
Di fronte a remunerazioni tanto basse per i loro prodotti gli agricoltori cosa dovrebbero fare?
"L’agricoltura del nostro Paese sta pagando lo scotto di una politica che non l’ha difesa, che le ha impedito di produrre e che ha azzerato, tra l’altro, la sua bieticoltura. Prendiamo ad esempio il latte: il nostro ministro è stato l’unico, nell’84, a firmare un accordo vergognoso che ha fissato la quota latte italiana al 58% del suo fabbisogno. Tutti gli altri Paesi hanno fissato quote intorno al 98%. Ora, l’unica cosa da fare è battersi a livello comunitario e io lo farò fino in fondo. E se ci ha qualche dubbio sulla mia linea di condotta mi chiami e ne parleremo".
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