Gigantesco il rischio derivati. Ritorna in campo la squadra di pm che indagò sui crac finanziari. L'associazione contribuenti.it: "Nel 2009 saliranno le tasse". Presto un'indagine parlamentare
ROMA, 30 novembre 2008 - QUANDO Giulio Tremonti ordinò, il 25 giugno scorso, lo stop ai contratti derivati per gli enti locali dello Stivale forse era solo iniziata la pioggia di segnalazioni su dicasteri, procure e Corte dei Conti, destinata a togliere un po’ di nebbia dai contorni di una santabarbara istituzional-finanziaria. Il ministro dell’Economia aveva tra le mani un rapporto esplosivo del Tesoro, che stimava in 35,28 miliardi la posta in gioco, il potenziale debito («nozionale» in termine tecnico) di Comuni, Province e Regioni lanciati nella finanza creativa.
UN «BUCO» che potrebbe gravare ulteriormente sui bilanci delle istituzioni locali e, alla fine, pesare sui conti familiari degli italiani già molto carichi di tasse secondo uno studio presentato ieri da Associazione contribuenti e Krls network of business ethics: è infatti del 4,6% la previsione di incremento della pressione delle imposte locali nel 2009 con un primato per Milano, dove ogni cittadino verserà tra imposte, tasse, tributi e addizionali 2.302 euro.
Nel calcolo dell’associazione non entra però il meccanismo del derivato, degli swap, delle scommesse sull’andamento dei tassi d’interesse difficile da pronosticare dagli stessi esperti. Ed è quindi «verosimile — spiega il direttore generale della Consob Massimo Tezzon — che gli enti locali non siano in grado di valutarne la correttezza» e la congruità. Dunque il pericolo. Al dicembre del 2007, secondo il Tesoro, erano addirittura 18 le Regioni che avevano contratti in essere per 16,6 miliardi, ai quali aggiungere gli oltre 15 miliardi di 497 Comuni e i 3,4 miliardi di 44 Province: in tutto 35,28 miliardi, un paio (abbondante) di punti del pil pre-recessione. In realtà l’opacità degli swap, le clausole nascoste e peggiorative, le commissioni occulte, potrebbero nascondere ben altro fra i trecento nuovi contratti segnalati al ministero dell’Economia nelle ultime settimane e quelli, ancor di più, arrivati ai magistrati contabili: senza correttivi, numerosi enti locali potrebbero trovarsi tra le mani buchi di bilancio ad orologeria ed esser travolti da difficoltà ancor oggi imprevedibili nel chiudere i propri esercizi dei prossimi anni. Alcune stime indicano i contratti in perdita a quota 80 per cento ma già nelle prossime settimane le ipotesi potrebbero trasformarsi in dati concreti, con l’obbligo per i Comuni di presentare una nota integrativa ai bilanci.
COSÌ RISCHIA di trasformarsi in un incubo quello che le speranze di sindaci e governatori cullavano come lo strumento principe per superare le rigidità dei loro esercizi finanziari, un incubo che in qualche caso potrebbe addirittura compromettere l’erogazione di servizi. Eppure gli «interest rate swap», i principali derivati siglati dagli enti pubblici, nacquero come contratti il cui fine era nobile nel loro legame con la finanza locale: dovevano aiutare gli amministratori a rendere più elastici i loro bilanci, allora come oggi costretti nei confini angusti dei costi rigidi e dei tagli ai trasferimenti dello Stato. E la tentazione per gli amministratori era forte dopo gli autorevoli via libera al loro uso che arrivarono a cavallo del millennio prima dagli Stati Uniti e dalla Federal Reserve e poi, dopo, dallo stesso ministro Tremonti: sono gli anni buoni dell’onnipotenza della tecnofinanza mondiale, delle schiere di matematici e strategist che ispezionano gli angoli remoti della redditività, delle ‘sbornie’ nelle boutiques bancarie del rendimento. «Dei soldi creati dal nulla» dai re Mida del ventunesimo secolo.
AGLI OCCHI di molti governatori, sindaci o assessori alle finanze, doveva dunque sembrare una battaglia di retroguardia amministrativa il fatto di rimanere ancorati allo strumento tradizionale del mutuo a tasso fisso con la Cassa depositi e prestiti, oppure alle emissioni di Boc. Un delitto. La strada nuova, la gestione creativa, era lastricata di contatti e contratti con quel piccolo esercito di promotori spediti dai colossi bancari (da JP Morgan a Nomura, da Ubs a Deutsche Bank, da Citibank a Merril Lynch e fino a Unicredit) a setacciare lo Stivale a caccia proprio di persone come loro, di amministratori e funzionari non sempre esperti con i quali stipulare operazioni ultradecennali. Fra l’altro le banche offrivano spesso, come collaterale dell’accordo, un bonus, una specie di premio di liquidità attraverso il quale sindaco o governatore avrebbe potuto affrontare con minor disagio le più ravvicinate impellenze di cassa.
IN REALTÀ i derivati, nel loro complesso, erano anche «armi di distruzione di massa» come li definì controcorrente il finanziere Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, l’uomo più ricco del mondo che comunque non resistette a lungo alle loro lusinghe e verso i quali ha oggi un’esposizione superiore a quella di tutti gli enti locali italiani messi assieme.
«Sembrano droghe pesanti» tuonò l’allora ministro Siniscalco, succeduto nell’estate 2004 al dimissionario Tremonti come guida dell’Economia. Forse quegli swap erano quindi destinati a danneggiare in ogni caso le istituzioni pubbliche ma la magnitudo della crisi di questi mesi, l’instabilità finanziaria ed economica, l’altalena dell’Euribor a cui i derivati sono connessi, hanno provocato conseguenze stupefacenti agli occhi degli stessi tecnici del Tesoro: inevitabile lo stop ai nuovi swap voluto da Tremonti ma pure l’altolà alle eventuali rinegoziazioni di accordi già stipulati, che dovranno essere esplicitamente autorizzate. In allerta tuttavia sono anche i magistrati e non solo contabili: la procura di Milano sta rimettendo in campo la squadra di pm che ha accompagnato i terremoti finanziari degli ultimi anni, dal crac Parmalat alle scalate bancarie. «Il giudice deve essere specializzato» dicono. E si preparano per lo scontro in aula di dimensioni imprevedibili.
di MARIO FORNASARI