Il premier italiano: "Assurdo parlare di emissioni quando c’è una crisi in atto". Frattini: "Abbiamo avuto l'80% di quel che abbiamo chiesto"
Bruxelles, 11 dicembre 2008 - Silvio Berlusconi ha ammesso che non porrebbe mai il veto sul pacchetto clima ed energia per non lasciare un’arma alla sinistra per attaccarlo. Al termine della prima giornata del Consiglio europeo, in cui si profila un’intesa sul ‘pacchetto 20-20-20’ per la lotta ai gas serra, il presmier ha ammesso che quella del veto era un’arma spuntata. «Non posso opporre nessun veto sulla questione del clima perchè non posso fare la figura del cattivo nei confronti di una sinistra che utilizzerebbe questa mia posizione per fare lotta politica tramite gli ambientalisti contro il governo», ha dichiarato ai giovani di Forza Italia in un incontro a tarda serata in un albergo di Bruxelles.
Berlusconi ha confermato di essere fiducioso che le richieste avanzate dall’Italia con una proposta di emendamento saranno accolte. «In caso contrario si vedrà», ha aggiunto. In tarda serata la presidenza francese ha consegnato alle delegazioni dei Ventisette la bozza finale di compromesso sul pacchetto clima ed energia. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha spiegato che l’Italia non può ancora pronunciarsi sul nuovo testo, ma ha sottolineato che è già stata accolta gran parte delle richieste italiane: ‘Abbiamo avuto l’80% di quello che avevamo chiestò, ha assicurato. Il titolare della Farnesina ha precisato che sulla clausola di revisione dell’intero pacchetto dopo la Conferenza di Copenaghen del 2009, l’Italia non presenterà «un emendamento al testo» della bozza finale, ma chiede a questo riguardo «una dichiarazione politica del Consiglio».
”Abbiamo fatto tre richieste, ora guarderemo il testo”, ha spiegato il titolare della Farnesina, sottolineando come le esigenze dell’Italia riguardino il settore manifatturiero, la richiesta di ripartizione geografica degli sforzi ed una clausola generale di revisione degli accordi alla luce dell’esito della conferenza mondiale di Copenhagen sul clima, prevista a dicembre 2009.
Il ministro ha parlato anche del Fondo da 5 miliardi di euro proposto dalla Commissione europea nell’ambito del piano di rilancio economico dell’Ue, che dovrebbe finanziare le infrastrutture energetiche sfruttando i fondi non spesi nel 2009 e 2010 della Politica agricola comune (Pac). “Nabucco non lo vogliamo bloccare ma vogliamo fare in modo che i 5 miliardi vengano usati per una platea di interventi che valga per tutti e non solo per quattro o cinque Paesi”
LE RICHIESTE DELL'ITALIA
Le richieste dell’Italia riguardano una maggiore tutela per l’industria manifatturiera, arrivando a comprendere nelle esenzioni anche i settori esclusi come tondini per cemento armato, ceramiche, vetro e carta; un utilizzo maggiore dei meccanismi di flessibilità consentiti dai crediti derivanti dai progetti di sviluppo pulito realizzati in altri Paesi; un miglioramento della distribuzione dei fondi per i progetti di stoccaggio del carbone; una clausola di revisione generale del pacchetto, alla luce dei risultati dell’imminente conferenza mondiale sul clima di Copenaghen.
Il cosiddetto ‘pacchetto 20-20-20’, l’impegno a ridurre entro il 2020 del 20% le emissioni di CO2, ad aumentare del 20% l’efficienza energetica e a portare al 20% il ricorso alle fonti rinnovabili, dovrebbe quindi essere approvato. Di sicuro l’Italia ha incassato la clausola di revisione nel 2014 per le rinnovabili, un’esenzione totale o quasi del settore manifatturiero, a cui si dovrebbe aggiungere l’impegno a una revisione post-Copenaghen.
L'INTERVENTO DI SARKOZY
Sarebbe stato lo stesso presidente francese, Nicolas Sarkozy, a rassicurare Berlusconi sugli obiettivi italiani dopo aver ascoltato la relazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Fino all’ultimo l’accordo è appeso alla messa a punto dei dettagli a cui lavorano nella notte le delegazioni, ma gli umori sembrano cambiati.
Nel testo di compromesso portato al summit dalla presidenza francese viene proposto uno sconto per i settori industriali esposti alla concorrenza internazionale o penalizzati da un forte consumo energetico, come chiesto dall’Italia. La bozza prevede di non arrivare al 100% dei diritti di emissione a pagamento nel 2020, ma di fermarsi al 70. Questi comparti produttivi, entrerebbero in modo graduale nel sistema delle aste dei diritti a inquinare con una quota a pagamento limitata al 20% nel 2013, che salirebbe progressivamente fino al 70 nel 2020, quando il sistema della Borsa di emissioni di anidride carbonica dovrebbe entrare a regime.
LA MINACCIA ITALIANA POI RIENTRATA
Stamattina, Berlusconi aveva subito spiegato di essere venuto a Bruxelles con l’interesse di difendere le aziende italiane a rischio secondo il premier per la decisione Ue di dare un seguito ai protocolli di Kyoto. "Oggi - dice - affrontiamo un Consiglio europeo con molta preoccupazione. Trovo assurdo parlare di emissioni quando c’è una crisi in atto. È come se chi ha la polmonite pensa di farsi la messa in piega...".
Il presidente del Consiglio è categorico: "Ci aspetta il compito difficile di convincere gli altri. Oggi - aggiunge sorridendo - mi tocca fare il cattivo, così divento il più antieuropeista di tutti...". Il Cavaliere poi diventa serio e ribadisce: "Se non otterremo quello che abbiamo chiesto con grande chiarezza dall’inizio siamo pronti a mettere il veto". Per il premier infatti la partita sul clima poteva giocarsi più avanti con la conferenza che ci sarà a Copenaghen: "non credo che si possa fare una cosa solo per prestigio. Prendere una decisione ora mi sembra che sia una cosa abbastanza inopportuna. Sarebbe stato meglio rimandare".
Berlusconi non nasconde il suo scetticismo: "Da persona concreta - osserva - mi risulta strano che mentre tutti denunciano una crisi globale e profonda che potrebbe portare alla perdita di tanti posti di lavoro qualcuno pensi a qualcosa che si poteva rimandare facilmente a Copenaghen".
E ancora: "Prendere una decisione adesso è inopportuno". Comunque se l’Italia non avrà soddisfazioni in materia si è pronti a porre il veto: "Spero - aggiunge il Cavaliere - che non si debba arrivare a questo anche se sono perplesso sui tempi. Non si possono fare le cose solo per il prestigio. Sono cambiate le condizioni, ora c’è la crisi e mi sembrerebbe opportuno rimandare una decisione che riguarda 500 milioni di europei contro i cinque miliardi di abitanti del pianeta".