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il nodo della giustizia

Tensione Pdl-Lega, Silvio chiama Bossi
"Sì al dialogo, ma non sarò io a trattare"

Il pressing del leader leghista spinge il premier ad ammettere la necessità di un confronto. Alfano: "Il tavolo l'ho già promosso io"

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Umberto Bossi e Silvio Berlusconi ROMA, 15 DICEMBRE 2008 - UNA TELEFONATA, ecco quel che mancava. All’ora di pranzo, per non rovinare la digestione. Con Berlusconi che ripete: Umberto, non ti devi preoccupare, «il federalismo certo che si fa», sono io il garante.

Ma il dialogo con il Pd, quello che sta tanto a cuore a Bossi, non ci pensa proprio a intavolarlo lui: «Mi va benissimo che Calderoli da un lato e Alfano dall’altro cerchino l’intesa, che non si montino barricate su ogni punto, che si facciano tutte le commissioni di questo mondo ma nessuno mi può chiedere, come hai appena fatto tu, di trattare con Veltroni, di fare l’uomo del dialogo perché io con quel signore che non mi considera degno di fare il premier non mi ci siedo né oggi né mai».

Per fortuna il rapporto personale è solido, altrimenti la tensione farebbe venire in mente altri tempi e altri scenari non proprio rosei, con Bossi che non si fida di Berlusconi, e questi che teme che l’Umberto abbia concesso una mezza disponibilità al Pd a fare da sponda sulla giustizia.

 

UNA TREGUA vigilante, insomma. In attesa del faccia a faccia che ci sarà a metà settimana. Sì, perché il pressing del leader leghista, delle alte cariche istituzionali e di An spinge Berlusconi ad ammettere la necessità di un confronto. Ma sulla legittimazione dell’avversario il Cavaliere non sente ragioni.

 

Anche perché il suo obiettivo non cambia: prima si trova l’accordo nella maggioranza su un pacchetto che va dal federalismo alla giustizia, poi si parla con il Pd. Il pissipissi forzista assicura che la rumba di dichiarazioni rilasciate dal Senatur l’altro ieri («Ha ragione Napolitano, le riforme devono essere condivise. Farò io la mediazione con Veltroni») nasca dalla necessità di forzare la mano. Di certo, l’accelerazione piace poco alla parte azzurra del Pdl che, con Cicchitto, sottolinea: «Spetta al ministro della giustizia tenere i contatti: è giusto confrontarsi con l’opposizione, ma su un testo del governo».

 Più sensibile alle ragioni del confronto la destra: «La riforma va fatta coinvolgendo l’opposizione e cercando il dialogo con i magistrati», avverte Bocchino (An-Pdl). In questo quadro, Veltroni prova a sparigliare i giochi proponendo una commissione di politici e tecnici che abbia 60 giorni di tempo per elaborare una riforma della giustizia.

 

Un’ipotesi che non trova consensi nel centrodestra, a cominciare da Alfano: il tavolo l’ha già promosso lui, come notano pure i centristi. A dirottare l’attenzione, arriva di nuovo Bossi: «Non mi metto a trattare io! Ho solo rivolto un invito a Berlusconi a non farsi saltare i nervi. Chi tratta è lui». Di fronte a queste parole, Berlusconi decide di telefonare al Senatur per chiarire che lui a sedersi con Veltroni non ci pensa. Ma non vuole neanche mettersi di traverso.

di ANTONELLA COPPARI










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