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L’EDITORIALE

Il falso mito della diversità

 

 

 

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Pierluigi Visci Bologna, 31 dicembre 2008 - Il tempo è galantuomo, dice il saggio. E questo 2008, anno bisesto, per molti versi funesto, si chiude donandoci la verità attesa da sedici anni: nel sistema politico-amministrativo che sfocia nella corruttela, nell’intreccio politica-affari, nei favori e controfavori, non ci sono, purtroppo, diversità. E chi, ai primi vagiti di Tangentopoli, aveva alzato la barricata dell’onestà e della moralità, separandosi con sdegno e spirito giustizialista dal diffuso e marcio ceto politico, issando il vessillo della «questione morale» di Enrico Berlinguer - che già nel 1981 parlava di corrotti e concussori - ha solo ritardato la presa d’atto e la rigenerazione complessiva del sistema.

 

Il tempo è galantuomo, allora, anche per Bettino Craxi - immerso in un «irregolare o illegale» meccanismo di finanziamento della politica, raramente per vantaggi personali, come insegna la tragedia di Severino Citaristi - che dal suo ultimo scranno di deputato, nell’attonita aula di Montecitorio, il 2 luglio 1992 fece la clamorosa e ormai celeberrima chiamata di correo per tutti i partiti. Bene ha fatto la figlia Stefania, in questi giorni, a regalare ai parlamentari quel discorso e, soprattutto, quella frase profetica: «Nessun responsabile politico di organizzazioni importanti potrebbe alzarsi a giurare di non aver mai fatto ricorso a simili finanziamenti. Presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». La risposta furono le monetine all’hotel Raphael. Tutti tacquero e girarono la faccia altrove. Solo la giovane Lega di Bossi applaudì.

 

La «questione morale» di Berlinguer in questo scorcio conclusivo del 2008 ha investito in pieno il Partito democratico, erede politico dello sfortunato leader del Pci. Ancora una volta, tuttavia, la presa d’atto non c’è e le convulsioni che percorrono il partito di Veltroni, D’Alema e Rutelli, con la minimizzazione degli scandali, è un film già visto. Di pessima qualità. Stavolta non c’è neppure da sbandierare la diversità dei governi delle cosiddette regioni rosse, se pure Firenze è stata investita dal ciclone.

 

Bisognerà pur farla questa riforma della giustizia, soprattutto ora che tutti appaiono uguali di fronte alla «questione morale» della politica. Meglio: dell’organizzazione giudiziaria. Del ruolo e dei poteri dei pubblici ministeri, soprattutto della loro «insensibilità» politica. Della valorizzazione della polizia giudiziaria e dell’uso civile delle intercettazioni telefoniche. Della preminenza del giudice autenticamente terzo tra le parti. Di un consiglio superiore, Csm, non più cassa di compensazione degli interessi della corporazione e potere nel potere.

 

Tutto utile, ma non sufficiente, tuttavia, se il sistema politico non si darà nuove regole di comportamento, tornando al suo ruolo di servizio della cittadinanza, realizzando quella netta separazione tra politica e gestione, tra eletti e funzionari. Il sogno, ancora utopia, di Giovanni Spadolini, primo laico a Palazzo Chigi in quel 1981 di Berlinguer. Ritroveremo quello spirito nel 2009? Le elezioni di primavera che ci daranno nuovi sindaci possono essere l’occasione per cambiare uomini e cuore. Ma non ci illudiamo. Buon Anno.
 

Pierluigi Visci










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