Nodo giustizia: la fortuna di Silvio, l'ultimatum di Giorgio
E’ UN POLITICO fortunato, Silvio Berlusconi. In ogni momento di difficoltà, di cacofonia all’interno della maggioranza, c’è sempre qualcuno che gli dà una mano...
E’ UN POLITICO fortunato, Silvio Berlusconi. In ogni momento di difficoltà, di cacofonia all’interno della maggioranza, c’è sempre qualcuno che gli dà una mano: un pentito, un magistrato, una procura. Pensate quando gli arriverà l’avviso per concorso nelle stragi di mafia di cui tanto si è chiacchierato ieri. Quell’avviso che forse esiste già, o è in viaggio, oppure in qualche cassetto. Pensate che botto farà nell’opinione pubblica.
Un botto di risate, ovviamente, perché a quel punto ci si chiederà quando la giustizia indagherà il premier per l’Italicus, o piazza Fontana, o i cattivi risultati della battaglia di Zama. E le risate, come è già accaduto, si tradurranno in voti. Dunque, ha ragione, ragionissimo, il Presidente della Repubblica. Che con il suo intervento di ieri non ha voluto invitare le istituzioni ad abbassare i toni: cosa che tutti fanno urlando a squarciagola. No, il Colle ha detto di più, molto di più. Ha detto due cose
Primo. Ha detto ai magistrati di tornare a fare il proprio lavoro. Che è quello di indagare sui reati per cercare dei colpevoli, e non dei titoli sui giornali. Di trovare ladri, rapinatori, scippatori, tutta mercanzia criminale su cui parte della nostra magistratura non indaga nemmeno più. Ha detto, Napolitano, che si lavora negli uffici giudiziari, non negli studi televisivi. Che si fanno delle sentenze, non dei proclami. Che il Parlamento fa le leggi, non l’Anm.
Soprattutto se l’oggetto unico, ripetititvo, ossessivo di tanto «impegno» (e tante spese) è sempre lui: il demonio Berlusconi, corruttore, prevaricatore, e, ovviamente, anche mafioso. Questa ci mancava. Bravo Napolitano. Intendiamoci: per il Capo dello Stato, di sicuro, Silvio non è esattamente il figlio che avrebbe voluto. Insomma, non hanno le stesse origini e gli stessi modelli. Ma quando ci vuole, ci vuole. E questa volta il primo magistrato italiano ha voluto dire una parola forte, chiara, e speriamo definitiva soprattutto ai suoi colleghi. I quali, a conferma di aver bisogno di una doverosa riflessione, hanno subito messo il muso: siamo noi gli aggrediti.
Secondo. Ha detto, Napolitano, al mondo politico, fette di Pdl e opposizione, che i governi li determinano i risultati delle elezioni e non le spallate, le esternazioni o gli avvisi di garanzia. Ha detto che l’Italia ha un governo fornito di solida maggioranza e che questa maggioranza, appunto, deve governare. Roba scontata, se non fosse quotidianamente messa in discussione. Dunque, roba preziosa. Concludendo. Può darsi che oggi tutto continui come è stato fino a ieri. Se così fosse, però, ci sarebbe veramente da aver paura per il nostro Paese. Perché la strada indicata da Napolitano è quella giusta.
Le altre sono scorciatoie, deviazioni. Che portano poco lontano. Non alla guerra civile, forse, ma di sicuro in un baratro.
di GABRIELE CANE'
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