E' quasi peggio
di un attentato
E' quasi peggio di un attentato. Per compiere un attentato basta una cellula terroristica, o il gesto solitario di un fanatico. Ma l'aggressione subita ieri da Berlusconi a Milano...

E' quasi peggio di un attentato. Per compiere un attentato basta una cellula terroristica, o il gesto solitario di un fanatico. Ma l'aggressione subita ieri da Berlusconi a Milano è la conseguenza della campagna di odio che minaccia la pace civile degli italiani. Tra le invettive di Di Pietro contro «questo governo fascista», il «comitato di liberazione nazionale da Berlusconi» auspicato dal mite Casini, le «mille piazze» mobilitate da Bersani, e il ricorso alla «critica delle armi» non c’è che un passo.
Dicono che l’aggressione di piazza duomo va messa in conto a una mente bacata. Ma di solito non sono le persone ragionevoli che appiccano gli incendi. E’ una questione di clima e non c’è dubbio che il clima politico si è fatto rovente. sulla classe politica incombe il dovere nazionale di riflettere sulle proprie intenzioni. Se la scelta delle opposizioni è quella di tirare diritto, con l’obiettivo di ribaltare il risultato elettorale senza lo scomodo di provarsi a vincere le elezioni, che almeno se ne valutino i rischi. Il bivio è tra una scelta scellerata e la stupidità dell’ingresso a tutto gas in curva pericolosa.
Il momento politico non è caratterizzato da sprizzi d’intelligenza, e non resta che confidare nell’esistenza di residue risorse di autocontrollo. Berlusconi, con il discorso di ieri, ha dimostrato di esserne in possesso. Ci si aspettava da lui una replica incendiaria alle polemiche seguite al suo intervento al congresso del Partito popolare europeo. Invece ha scelto di recuperare l’immagine di forza tranquilla che si addice a un premier sotto attacco, ma sicuro di sé e della sua maggioranza. debbono avergli consigliato un prudente colpo di freno, l’irruzione della contestazione violenta nelle celebrazioni della ricorrenza di Piazza Fontana e la generale propensione a incendiare il clima del prossimo appuntamento con le elezioni regionali. Ma per ridurre la tensione, come per inasprirla, occorre essere almeno in due.
Di Pietro, è a calvalcioni della sua tigre, né mostra l’intenzione di scendere o almeno di abbassare il tono dei suoi spropositi. C’è poco di buono da aspettarsi anche dal Partito democratico di Bersani, condizionato dalla concorrenza dipietrista. Ci si aspetta invece che Casini recuperi l’àplomb moderato, smarrito nella spericolata enfasi delle minacce con cui ha scelto di esorcizzare il timore di elezioni anticipate. E che lo stesso fini si renda conto di essersi spinto molto in là sul ramo dell’antiberlusconismo militante, per lui troppo fragile. La distanza che lo separa dal capitombolo in braccio alla sinistra è ormai molto piccola. Il suo rancore verso Berlusconi può essere comprensibile, ma non fino all’autolesionismo.
di Franco Cangini
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