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Dl intercettazioni, il Pd attacca: "Diktat del premier, decide Fini"

Franceschini: “Alcune cose sono state corrette, altre norme gridano vendetta. Faremo una battaglia intransigente". Quanto al calendario, "ci sono altri decreti in scadenza"

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Dario Franceschini, 51 anni (Ansa)
Dario Franceschini, 51 anni (Ansa)

Roma, 27 lugLIO 2010 - Ci sono dei decreti in scadenza alla Camera che “secondo logica” devono essere approvati prima del ddl intercettazioni. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini, conversando con i giornalisti durante il viaggio dei deputati democratici all’Aquila, ribadisce la contrarietà del partito al provvedimento sulle intercettazioni e mette in guardia da possibili “diktat” di Silvio Berlusconi sul calendario dei lavori di Montecitorio, precisando che l’ultima parola toccherà al presidente della Camera Gianfranco Fini.


Per quanto riguarda il merito
, Franceschni dice: “Alcune cose sono state corrette, altre norme gridano vendetta. Faremo una battaglia intransigente utilizzando tempi e modi consentiti dai regolamenti parlamentari”.
Per quanto riguarda i tempi, Franceschini precisa: “Ci sono due dl che scadono ai primi di settembre: logica vuole che prima si approvino quelli e poi si passi alle intercettazioni. Invece Berlusconi vuole imporre un diktat e invertire l’ordine. Se accadrà così, toccherà a Fini decidere”.

 

L'APPELLO DEL CSM - I limiti allo svolgimento di intercettazioni telefoniche comportano «evidenti controindicazioni», per i magistrati in prima linea nella lotta contro la mafia. Un allarme lanciato dal Csm nella relazione trasmessa al Parlamento, riguardante le problematiche degli uffici giudiziari del Sud. La relazione della VI Commissione di Palazzo dei Marescialli ricorda i rischi già annunciati dai procuratori antimafia, procurati dalla riduzione a livello legislativo del ricorso alle intercettazioni.

Un documento che è stato approvato oggi dal plenum del Csm all’unanimità, che passa in rassegna gli effetti della riforma all’esame della Camera, in cui «l’ostacolo principale» al funzionamento della giustizia nelle regioni meridionali, ossia nelle «zone più interessate al fenomeno della criminalità di stampo mafioso è l’assoluta insufficienza di mezzi», con cui i magistrati di quelle aree debbono fare i conti.

Esistono, si fa notare, «evidenti controindicazioni a talune prospettive di riforma del sistema processuale» avanzate, come la riduzione «della possibilità di svolgere intercettazioni telefoniche, oltre al ridimensionamento del ruolo del pubblico ministero nei suoi rapporti funzionali con la polizia giudiziaria nel corso delle indagini preliminari».
I consiglieri di Palazzo dei Marescialli concludono dunque che sono urgenti «interventi specifici» per far fronte alle difficoltà che gravano sui magistrati impegnati nella lotta alla mafia, che nonostante tutto sono riusciti a raggiungere «significativi successi negli ultimi decenni».

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