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Berlusconi e Bossi al Colle: Fini non è super partes Deve dimettersi

Iniziativa senza precedenti: il Governo chiede al Capo dello Stato di imporre al Presidente della Camera di lasciare la carica. Scontro durissimo Pdl-finiani. Bossi: "Dovremo andare alle elezioni"

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Roma, 7 settembre 2010 - Le parole di Fini sono come macigni, dice la Lega. E Berlusconi nel cuor suo lo crede e lo vive come un tradimento. Così al termine del vertice la decisione è comune: chiedere un incontro a Napolitano, un incontro sul ruolo di Fini, presidente della Camera non più superpartes a detta di entrambi, soprattutto dopo Mirabello. Perché lì il leader di Fli ha pronunicato parole «inaccettabili», chiara dimostrazione che «svolge un ruolo ostile alla maggioranza e al governo». Ecco quindi, informa il comunicato finale, che al presidente della Repubblica Berlusconi e Bossi si diranno preoccupati per «i seri problemi posti al regolare funzionamento delle istituzioni». «Chiederemo che Fini venga spostato dalla presidenza della Camera», sintentizza Bossi a nome di tutti.


Ma la strategia del Cavaliere diverge da quella del Senatùr. Berlusconi non vuole apparire come quello che vuole la crisi. Non se lo può permettere, non se lo vuole permettere fino a che non avrà trovato una quadra sulla giustizia che lo tuteli e i sondaggi non saranno più tranquillizzanti. E così, quando alle 21.20 Umberto Bossi accompagnato dal gotha della Lega — Calderoli, Maroni, Giorgetti, Reguzzoni, Cota — varca la soglia della villa di Arcore, il premier ha infine cristallizzato in una serie di incontri una linea che è il frutto delle opposte pulsioni che lo spingono e dei dubbi che lo attanagliano. Vede in mattinata i ministri Frattini e Gelmini, poi il coordinatore Verdini, il capogruppo alla Camera Cicchitto e l’avvocato deputato Ghedini.

 E al termine del giro di incontri Cicchitto fa trapelare con chiarezza la linea: tutto dipende come andranno le cose nel confronto parlamentare. «Se c’è una maggioranza — spiega — si va avanti, se questa viene meno si apre un problema di tipo diverso e la sola strada sono le elezioni». No quindi al patto di legislatura proposto da Fini, ma sì ad una ultima chance al presidente della Camera «anche se — osserva il ministro Frattini — non subiremo una guerriglia parlamentare e delle imboscate ad ogni pie’ sospinto. Se ci saranno tradimenti, siamo pronti a reagire».
 

Come la pensasse Bossi dopo Mirabello era cosa chiara. «Di stupidaggini Fini ne dice sempre... — ha detto al Tg2 — la Padania non esiste...è come se avesse detto ‘io non voglio accordi con la Lega’ anzi, peggio, ‘io ce l’ho col Nord’. In ogni caso il patto che ci interessa è solo quello elettorale. E se Berlusconi dava retta a me e si andava ad elezioni, Fini, Casini e la sinistra scomparivano». «Con il discorso di Fini di ieri — ribadisce il concetto Roberto Maroni — si sono aperti molti scenari, c’è stata la fine traumatica della maggioranza: alle urne non c’è alternativa».
 

Berlusconi comprende, ma non vuole restare con il cerino in mano. Sente odore di trappola. «Se si deve aprire una crisi — osserva — deve aprirsi sul terreno della politica». Serve testa, non pancia. E così il piano del premier è quello di presentare la prossima settimana in Parlamento una mozione sui cinque punti, depurati il più possibile in modo da non dare appigli a Fini per non votare la fiducia. Dopodichè succeda quel che deve. A Bossi Berlusconi — affincato dai coordinatori Verdini e La Russa — è tornato ieri a chiedere pazienza: attendere una settimana e verificare se alle parole di Fini segnono i fatti.
 

di Alessandro Farruggia

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