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Fini, presidente della Camera per far fuori Berlusconi
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Il retroscena svelato da Andrea Cangini sul QN: "Nel 2008, l'ex An aveva pianificato di usare Montecitorio per lanciare l'affondo finale al berlusconismo. Si è tenuto le mani libere e le ha usate"

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Roma, 8 settembre 2010 - A RIDOSSO delle scorse elezioni politiche, quando Fini era già salito sul predellino di Berlusconi ma non aveva ancora fatto sapere a quale ruolo personalmente ambisse, un influente finiano d’allora e di oggi ci fece la seguente confidenza: «Gianfranco ha deciso di entrare nel Pdl perché teme che, presentandosi da sola stretta tra la Destra di Storace e il nuovo partito del Cavaliere, An perda voti e i colonnelli glieli mettano in conto. Ma con Berlusconi ha chiuso: è convinto che il suo carisma sia ormai evaporato ed è deciso a conquistarsi sul campo il diritto alla successione. Chiederà allora di andare alla presidenza della Camera per tenersi le mani libere ed eventualmente aspirare al Quirinale...».

 

QUIRINALE a parte, Fini aveva dunque pianificato di usare la presidenza della Camera per lanciare l’affondo finale al berlusconismo: s’è tenuto le «mani libere» e le ha anche usate. Come osserva infatti il finiano Benedetto Della Vedova, siamo ora di fronte ad «uno scontro politico feroce». E la domanda è: può un leader politico essere al tempo stesso presidente super partes di un organismo istituzionale e capo di un partito impegnato in uno «scontro feroce» con una parte dei membri dell’assemblea che presiede? Se il problema fosse solo quello che Fini è (di fatto) segretario di un partito, non ci sarebbe questione.
«Nella Prima repubblica — dice il politologo Angelo Panebianco — sarebbe stato inimmaginabile, ma nella Seconda abbiamo avuto il precedente di Fausto Bertinotti». Che andava alla parata del 2 giugno con la spilla pacifista appuntata sul bavero della giacca, che definì l’allora premier Prodi «un poeta morente», ma che mai arrivò ad un simile livello di protagonismo politico. Pergiunta, ma questo è quasi secondario, rivolto contro il capo del governo in carica.

 

SECONDO il costituzionalista (di destra) Paolo Armaroli «non è mai successo nulla di simile». Anzi: «In passato, il rispetto per l’imparzialità di quel ruolo era tale che Togliatti fece eleggere alla presidenza della Camera Terracini per sterilizzarlo e toglierselo di torno, e De Gasperi fece lo stesso con Gronchi». Armaroli ricorda anche che, «proprio per affermare l’assoluta imparzialità di quella funzione, nel 1878 l’allora presidente della Camera Crispi si fece togliere dalla chiama». Rinunciò così al diritto di voto, «e mai avrebbe ritenuto possibile avventurarsi in rumorosi comizi di piazza». Nel farlo, dunque, secondo Armaroli Fini «abusa del suo ruolo e danneggia l’immagine dell’istituzione di cui è a capo». Ma, come osserva il costituzionalista (di sinistra) Augusto Barbera, potrebbe anche danneggiare concretamente l’interesse della maggioranza e del governo. «Non tanto perchè, in caso di crisi di governo, è previsto che dia un parere al Capo dello Stato sullo scioglimento del parlamento, quanto perchè, a differenza di quel che avviene in Inghilterra, dove l’ordine del giorno della Camera è fissato dall’esecutivo, da noi è stabilito dai capigruppo. Ma poiché occorre una maggioranza dei tre quarti, il voto del presidente dell’assemblea può essere dirimente».

 

AD ONOR del vero, e Barbera ci tiene a sottolinerarlo, ad oggi Fini non ha abusato dei propri poteri: «Si è limitato a sfruttare politicamente il prestigio che quella carica gli conferisce». Che questo sia motivo sufficiente per rassegnare le dimissioni, secondo Barbera «solo Fini è in grado di valutarlo». Nel senso che, com’è noto, né la Costituzione né i regolamenti parlamentari prevedono la possibilità di revoca per il presidente della Camera. Il che, chiosa Armaroli, «cozza con il vecchio adagio francese in base al quale dove c’è un potere ci deve essere una responsabilità. Anche il capo dello Stato può essere costretto alle dimissioni, ma il presidente della Camera no. E se impazzisce, che facciamo?». Solo una cosa può essere fatta: sciogliere l’assemblea. Nuove elezioni, dunque.

Andrea Cangini

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