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Orfini (Pd): "Troppi individualismi, abbiamo perso tempo. Ma oggi le cose vanno meglio"

Viaggio nel Pd/ 2: Intervista al responsabile cultura e informazione e membro della segreteria nazionale

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tratta dai dizionari Zanichelli
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Matteo Orfini, 36 anni, responsabile cultura e informazione e membro della segreteria nazionale del Partito democratico
Matteo Orfini, 36 anni, responsabile cultura e informazione e membro della segreteria nazionale del Partito democratico

Roma, 28 maggio 2011 - Matteo Orfini, 36 anni, è responsabile cultura e informazione e membro della segreteria nazionale del Partito democratico. Con lui, analizziamo lo 'stato di salute' del maggior partito d'opposizione.

L'accusa: il Pd è un partito mai nato...

"Se fosse vero i risultati delle ultime amministrative non sarebbero stati così lusinghieri. Ma non c'è dubbio che il parto sia stato complicato. Il Pd è nato nel fuoco di una battaglia politica difficilissima, dopo la crisi del governo Prodi, e certo l'esito di quella sfida e la tentazione successiva di puntare su un partito a forte vocazione leaderistica ci hanno fatto perdere tempo prezioso. Ma mi sembra che oggi le cose vadano meglio".

L'altra accusa: troppi personalismi.

"E' vero, spesso tendiamo tutti a usare troppo l'io e molto poco il noi. E' un vizio di cui dobbiamo liberarci. La forza di un grande partito popolare è proporzionale alla capacità di far sentire i propri militanti e sostenitori protagonisti di un progetto, parti di un gruppo dirigente diffuso. E di conferire loro un funzione reale nelle decisioni e nella scelte".

Il tesseramento non va a gonfie vele. Perché?

"Proprio per questo oggi chi si iscrive a un partito spesso non trova un habitat in grado di favorirne l'impegno e la partecipazione. È uno dei nostri problemi più seri. La politica attiva è una cosa bella, in grado di suscitare emozioni e passioni straordinarie. Dobbiamo coltivarla, farla crescere anche per sconfiggere la cattiva politica che invece genera qualunquismo e rabbia".

Non temete di diventare o essere già diventati un partito interregionale?

"Direi di no, il Pd oggi è nel nostro paese l'unico vero partito nazionale, con un centro forte, ma anche con realtà territoriali autorevoli e radicate. E con tanti straordinari amministratori che stanno governando bene l'Italia".

Come mai, nonostante l'evidente crisi del centrodestra, non riuscite a convincere gli italiani della bontà della vostra alternativa? O le recenti amministrative hanno cambiato il quadro?

"Mi sembra che il voto amministrativo abbia segnalato una prima importante inversione di tendenza: gli italiani non ne possono più del centrodestra e hanno iniziato a vedere in noi un'alternativa. Credo sia prima di tutto merito della cocciutaggine con cui abbiamo insistito a parlare dei problemi veri di un paese che vive una crisi drammatica, senza inseguire Berlusconi nella rissa quotidiana".

Lei crede a un partito vecchio stile fondato sui circoli?

"Si figuri che io le chiamo ancora sezioni! Questo naturalmente non significa che non si debbano comprendere e sfruttare le forme nuove dell'organizzazione politica. Ma il valore dell'incontro tra persone che condividono un progetto e la possibilità per ogni cittadino di accedere all'impegno politico attivo in modo democratico sono irrinunciabili. Togliatti diceva che i partiti sono la democrazia che si organizza. Forse non è moderno citarlo, ma su questo aveva ragione".

Il peggior difetto dei democratici.

"Spesso sembriamo non aver capito che gli anni '90 sono finiti. E che non saranno l'individualismo e il liberismo a portarci fuori dalla crisi".

La migliore qualità del suo partito.

"La passione della nostra gente. Dico sempre a quelli che parlano male di noi di accompagnarci in giro per la campagna elettorale. Scoprirebbero cos'è davvero il Pd".

Come giudica il continuo dibattere sul tema delle alleanze?

"È inevitabile che la forza maggiore del centrosinistra si faccia carico di costruite una coalizione in grado di salvare questo paese. Credo infatti che la portata della crisi sia tale da richiedere uno sforzo generoso a tutte quelle forze che condividono l'esigenza di uscire dal ventennio berlusconiano. Discuterne è doveroso".

E' vero che Di Pietro pesca nel vostro bacino elettorale?

"In alcuni momenti ha saputo interpretare un sentimento di rabbia di parte del nostro elettorato. Ma mi sembra che oggi, dati delle amministrative alla mano, il pd sia pienamente al centro della scena politica".

In che misura Nichi Vendola può essere una risorsa per il centrosinistra? Perché non si dedica a recuperare i delusi che una volta votavano Rifondazione o altre formazioni 'radical'?

"Vendola è un leader importante del centrosinistra. Quando, come in questi ultimi mesi, gioca in squadra, il suo apporto è fondamentale. E' come quei fantasisti che diventano davvero indispensabili quando smettono di giocare per se stessi e cominciano a passare la palla ai compagni".

Preferisce che si scriva centro-sinistra o centrosinistra?

"Penso che l'aver discusso per anni di questa differenza sia una di quelle cose che dimostra come a volte siamo bravissimi a renderci incomprensibili".

Come giudica la politica ai Beni culturali del nuovo ministro succeduto a Bondi?

"Per ora in piena e drammatica continuità col suo predecessore. Al ministero non è cambiato praticamente nulla e i primi provvedimenti sono gravi e sbagliati, primo tra tutti l'aver alzato il tetto della soglia per l'affidamento diretto dei lavori nei beni culturali".

Lei è ascritto alla corrente dalemiana. Ma esiste per davvero o è solo frutto di fantasie giornalistiche?

"Non esiste per scelta di D'Alema. A volte mi verrebbe da dire: purtroppo. Ma in realtà ha ragione lui. Dobbiamo cercare di costruire un partito vero, che non sia solo una federazione di correnti".

 

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