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LA POPOLARITÀ dei partiti presso l’opinione pubblica è al minimo storico: 8 per cento, in larga parte formato — si può presumere – dal personale politico e dai suoi cari. La gente, occorre dirlo, nei suoi giudizi è spesso un po’ estremista. Temiamo che a una domanda sull’opportunità di chiudere il Parlamento, i sì sarebbero ben superiori allo zero. Eppure c’è un modo perché i partiti recuperino di colpo una buona dose di credibilità: ridurre di almeno un terzo il numero dei parlamentari. L’opinione pubblica ne sarebbe lieta perché – sbagliando – considera in gran parte inutile il lavoro del Parlamento e di chi vi abita. Ma gli stessi addetti ai lavori riconoscono che il nostro sistema parlamentare è pletorico e strutturato per complicare le cose semplici. Un disegno di legge impiega in media non meno di un anno per diventare legge, quando va bene. Giornali e televisioni ne parlano al momento dell’approvazione in Consiglio dei ministri. Poi se ne dimenticano e gran parte delle proposte illustrate con solennità vanno perdute. Il governo approvò l’11 settembre 2008, all’inizio della legislatura, il disegno di legge del ministro Mara Carfagna per riformare la legge Merlin sulla prostituzione.
TITOLONI sui giornali, dibattiti televisivi e quant’altro. Di quella legge s’è persa ogni traccia. E potremmo citarne a dozzine. Il Parlamento dunque non funziona se la Camera fa lo stesso lavoro del Senato e se la più piccola modifica in una delle due assemblee fa ripartire il percorso da capo. Il governo Berlusconi – nella legislatura 2001-2006 – approvò una riforma costituzionale che prevedeva la riduzione dei deputati da 630 a 518 e dei senatori da 315 a 252: 770 parlamentari contro i 945 attuali. Ma soprattutto affidava alla sola Camera l’approvazione delle leggi di interesse nazionale, e al Senato delle Regioni i provvedimenti di interesse locale. Quella legge, che era solo un pezzo della ‘devolution’ cara a Bossi, fu cancellata nel 2006 da un referendum abrogativo varato sull’onda di una rivoluzione che voleva abbattere qualunque cosa portasse il nome del Cavaliere e del Senatùr. Ma nel Tevere, insieme con l’acqua sporca, finì anche il bambino e adesso siamo daccapo.
PROGETTI per abbattere lo sciagurato bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari ce ne sono: i prevalenti vogliono ridurre i deputati a 400 e i senatori a 200. Ma la Costituzione prevede due passaggi alla Camera e altrettanti al Senato con una pausa di tre mesi tra l’una e l’altra. Mancano soltanto quindici mesi alle elezioni politiche e quindi bisogna sbrigarsi. Se i partiti mancassero questa occasione, il giudizio dell’opinione pubblica stavolta sarebbe devastante. Sembra sensata perciò la proposta avanzata in questi giorni di cominciare di qui per arrivare poi alla riforma della legge elettorale. I cittadini sono interessati a scegliersi i deputati e assai meno ai meccanismi tecnici per farlo. Le leggi elettorali hanno sempre rispecchiato gli interressi di chi le approva. Nella discussione di oggi, è evidente che Pd e PdL sono più interessati a un sistema bipolare che garantisca i partiti maggiori, magari con una soglia di sbarramento che eviti la frammentazione. Casini, Fini, Di Pietro, Vendola e Grillo hanno interessi opposti.
NON SAPPIAMO se e come sarà compiuta la quadratura del cerchio. Sappiamo che essa rispecchierà interessi e possibili alleanze tuttora nebulosi. A destra, Bossi non può abbandonare Berlusconi e poi pretendere che lui gli faccia una legge elettorale favorevole. A sinistra Bersani ha lo stesso problema con Di Pietro e Vendola. Con la legge attuale, Casini sarebbe l’ago della bilancia. C’è da giurare sul fatto che Alfano e Bersani faranno di tutto per evitarlo.
di Bruno Vespa