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Patroni Griffi accelera ma ammette: "Dubbi sui rapporti in corso". "Sarà ancora possibile sommare entrate diverse ma eventuali secondi incarichi non potranno superare il 25% dello stipendio percepito"
di Andrea Cangini
Roma, 23 febbraio 2012 - IN EPOCA di trasparenza, sobrietà e morigeratezza, il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi avrà l’ingrato compito di rendere parzialmente pubblici i redditi dei dirigenti dello Stato e soprattutto quello di porre consistenti limiti ai loro stipendi.
Cominciamo dai tempi. Quando verrà licenziato il decreto?
«Nell’arco della prossima settimana riceveremo i pareri di Camera e Senato, cui seguirà la valutazione del presidente del Consiglio. In una quindicina di giorni da oggi avremo il decreto».
Le norme riguarderanno anche enti locali e authority?
«Il testo del governo escludeva le regioni e gli enti locali e comprendeva le authority, ma la Camera ha ipotizzato un intervento normativo per ridefinire con chiarezza la platea. Vedremo».
Quanto potrà guadagnare, al massimo, un dipendente pubblico?
«La retribuzione massima sarà pari a quella del primo presidente della Corte di Cassazione: 293mila euro».
Cumulabili con altri incarichi?
«No, il tetto sarà assoluto».
Ma sarà ancora possibile sommare entrate diverse.
«Sì, ma eventuali secondi incarichi non potranno superare il 25% dello stipendio percepito».
Lei è consigliere di Stato, non crede che andrebbe abolita la possibilità di ricoprire incarichi fuori ruolo?
«No, credo anzi che sia una risorsa per lo Stato. E comunque questa possibilità vale per tutti, non solo per i magistrati».
Perché percepire due stipendi quando si svolge un solo lavoro?
«Capisco l’obiezione, ma se si svolge un ruolo maggiore è giusto che questo venga riconosciuto. E poi le norme di cui stiamo parlando rappresentano già una risposta forte. Il tetto, ora, c’è. Magari in un secondo momento potremo riflettere sull’opportunità di far sparire quel 25% aggiuntivo, ma per ora mi accontento di mandare in porto la riforma così com’è. Le assicuro che non è poco».
Le nuove norme saranno applicate anche ai rapporti già in corso?
«Lo schema del governo prevedeva di sì, in Parlamento è sorto un dibattito giuridico. Vedremo quali proposte ne usciranno».
Monti ha detto che, abbassando certi stipendi, lo Stato «faticherà a trovare professionalità di alto livello»...
«Il rischio c’è, non posso negarlo. E’ evidente che, soprattutto in quei settori dove esiste reale concorrenza, il privato potrebbe esercitare un’attrattiva maggiore rispetto al pubblico».
Calmierare le retribuzioni nel privato non è possibile, vero?
«No, non lo è. Giocherà a vantaggio dello Stato il fatto che certi incarichi pubblici fanno curriculum, ma più in generale spero che a contare sia l’orgoglio».
Quale orgoglio?
«L’orgoglio di servire lo Stato».
Lei è un ottimista: per storia nazionale e contingenze attuali lo Stato italiano non è molto popolare...
«E’ vero, fino a non molto tempo fa parole come ‘Stato’, per non dire della ‘nazione’, erano proscritte. Al massimo si parlava di ‘Paese’. Le cose sono un po’ migliorate, ma è chiaro che questa delegittimazione danneggia tutti».
Se non ci fosse stata «questa delegittimazione», lei non sarebbe al governo.
«Già, e forse sarebbe stato meglio così... Scherzi a parte, credo davvero che questo sia un momento eccezionale e che al governo ci debbano stare i politici».
Condivide la retorica anti Casta?
«No, ho sempre pensato che la classe politica fosse grossomodo lo specchio del Paese che la esprime».
Che senso ha parlare di merito senza premiare i meritevoli?
«Sarebbe giusto, ma occorrono soldi. Vedremo se sarà possibile reperire dei fondi attraverso la contrattazione di secondo livello. Sarebbe un buon segnale. E con lo stesso spirito cercherò di reintrodurre un concorso fisso per la dirigenza dello Stato, anche se di assunzioni ce ne sarebbero poche da fare...».
I dipendenti pubblici sono troppi?
«No, ma sono spesso mal distribuiti. Intendo cominciare l’opera di razionalizzazione con le amministrazioni periferiche dello Stato».
Recepirà gli emendamenti radicali al decreto anticorruzione per introdurre l’anagrafe pubblica degli eletti?
«Di certo introdurremo criteri di trasparenza sulla situazione reddituale o patrimoniale dei dirigenti pubblici. Soprattutto per quelli più esposti al rischio corruzione».
di Andrea Cangini