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Camusso: "E’ una proposta totalmente squilibrata. Il governo vuole solo licenziamenti facili, faremo di tutto per contrastare la riforma". Bonanni soddisfatto: "Resta integra la capacità di deterrenza dell’articolo 18: abbiamo cambiato di molto l’impostazione del governo". Industriali: Adesione complessiva alla riforma anche se restano punti da rivedere
di Olivia Posani
ROMA, 21 marzo 2012 - L’ACCORDO non c’è. Ma nemmeno la rottura dirompente che si era profilata in tarda mattinata. L’appello di Napolitano a lavorare nell’interesse generale, la raffica di incontri, le riunioni notturne, quelle riservate e la regia politica di Mario Monti, alla fine hanno prodotto qualche risultato, anche se non esattamente tutti quelli auspicati. La condivisione piena infatti non c’è. La Cgil ha detto no alla parte relativa ai licenziamenti (articolo 18). Tutti gli altri protagonisti del confronto hanno invece dato un consenso di massima alle nuove proposte. Domani ci sarà un nuovo incontro per raffinare i testi. Ma la partita sulla flessibilità in uscita è finita ieri sera.
«LA CGIL — ha sottolineato Monti — ha espresso il proprio dissenso sull’articolo 18, tutti gli altri il proprio consenso. Quindi la questione su questo aspetto è chiusa. La proposta legislativa che presenteremo al Parlamento non è sottoposta più ad esame. Ovviamente il no della Cgil mi dispiace e mi preoccupa, ma non credo che sarebbe stato possibile, avendo il suo consenso, avere il consenso delle altre parti».
Anche in questa occasione il governo ha inaugurato un nuovo metodo. Nessun prendere o lasciare, nessun testo da firmare, solo una semplice «consultazione» per arrivare a una «verbalizzazione delle varie posizioni, sia in accordo che in disaccordo, delle parti sociali». Il verbale, ha detto il presidente del Consiglio, «costituirà la base della proposta che il governo presenterà in Parlamento, che rimane l’interlocutore principale del governo».
Iniziamo dal capitolo più spinoso, quello relativo ai licenziamenti. L’articolo 18, così come lo conosciamo, resterà solo per i licenziamenti discriminatori (sesso, razza, religione), ma verrà esteso anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Per i licenziamenti disciplinari ci sarà un indennizzo fino a 27 mensilità o il reintegro nei casi gravi. Quanto ai licenziamenti individuali per motivi economici, la norma prevede il solo risarcimento, che va da un minimo di 15 a un massimo di 27 mensilità. A fronte della maggiore flessibilità in uscita cambia la flessibilità in entrata, anche se non c’è il previsto disboscamento della giungla contrattuale. Il contratto a tempo indeterminato diventa «quello che domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoro e imprese». Il percorso inizia con un apprendistato «vero» a cui segue la stabilizzazione. I contratti a tempo determinato non potranno durare più di 36 mesi: dopo scatta l’assunzione a tempo indeterminato. Stretta sulle false partite Iva con un unico committente: dopo 6 mesi vengono trasformate in contratti subordinati. Quelli in compartecipazione possono riguardare solo i familiari di primo grado. I contratti precari costeranno di più: verrà applicata una aliquota addizionale dell’1,4% che servirà a finanziare sociale per l’impiego (Aspi) che durerà un anno e potrà arrivare a 1.119 euro, ma con una serie di decalage. Il presidente di Rete imprese, Venturi ha strappato una deroga per i contratti sostitutivi e stagionali, che continueranno a pagare la stessa aliquota di oggi. Il capitolo ammortizzatori (andrà a regime nel 2017) si compone comunque di tre pilastri. Oltre all’Aspi (destinata ad assorbire l’indennità di mobilità e di disoccupazione) ci saranno cassa integrazione e fondi di solidarietà.
Durissima la reazione della Camusso: «Sui licenziamenti non c’è stata nessuna mediazione a riprova che quello era il problema. L’effetto deterrente dell’articolo 18 è profondamente annullato. Faremo tutto ciò che serve per contrastare la riforma. Non sarà una cosa di breve periodo». Il leader della Cisl, Bonanni, che si è molto speso per trovare convergenze, approva le linee guida del provvedimento. Il capo della Uil, Angeletti, chiede ancora qualche modifica, mentre il numero uno della Ugl, Centrella, parla di «impianto complessivo condivisibile».
di Olivia Posani