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Il governo dei professori ha le pile scariche. Il suo programma di riforme segna il passo, l’economia va di male in peggio e l’impazzimento dell’alveare partitico segnala tempesta
di Franco Cangini
di Franco Cangini
Roma, 8 giugno 2012 - Il governo dei professori ha le pile scariche. Il suo programma di riforme segna il passo, l’economia va di male in peggio e l’impazzimento dell’alveare partitico segnala tempesta. Ben più di quella parlamentare, la ’grande coalizione‘ su cui il premier Monti può fare assegnamento è oggi quella internazionale, che accerchia la cancelliera Merkel per costringerla a mitigare la sua mortifera politica di rigore. Per Monti è un ritorno alla fonte della legittimità del suo governo, scaturito da un diktat di Berlino sull’onda dell’aggressione dei mercati finanziari. Chiaro che il cedimento del gigante tedesco sarebbe un elisir di lunga vita per il governo italiano, allentando la stretta che lo soffoca insieme con il Paese. Ciò impedisce di estrarre pronostici dalla voglia di elezioni anticipate che attraversa l’intero arco degli schieramenti parlamentari. La fine del governo, come già il suo inizio, non dipende da loro. Anche se la grinta riformatrice dell’esordio è già un ricordo evanescente, non c’è limite alle possibilità di galleggiamento che la forza d’inerzia consente, in mancanza di fatti traumatici. L’inconcludenza del governo trova riscontro nell’inconcludenza dei partiti.
Si evocano elezioni autunnali come via di fuga dalla paralisi della volontà di prendere decisioni: dalla riforma del sistema elettorale a quella della forma di governo, dal vetusto bicameralismo al finanziamento della politica e quant’altro. Eppure, proprio la conferma del rapido esaurimento della carica propulsiva di questo premier, come di tutti gli altri che l’hanno preceduto dal tramonto dell’età di De Gasperi, dimostra che il cambiamento della forma di governo – semipresidenziale o del Primo ministro che sia – è la madre di tutte le riforme. Inutile svoltare a destra o a sinistra, finché lo sterzo è bloccato.
Ma tant’è. Nel vuoto della volontà politica, il Pd di Bersani è tentato di mettere in carniere l’azzardo di un vittoria elettorale, oggi a portata di mano, pur nel segno dell’ingovernabilità sistemica. Giusto il detto: "Chi non mangia oggi sarà mangiato domani". Mentre il Pdl che fu di Berlusconi si contorce nel dramma di un partito a guida carismatica che non può contare sul suo leader, perché nulla ha più insuccesso dell’insuccesso stesso, né può farne a meno e passare ad altro, perché il futuro è una pagina bianca. E tale resterà, finché lo stesso Berlusconi non si renderà conto che non vale la pena di aggiungere un ultimo capitolo a una esperienza compiuta, che ’fa quadro‘. Così che il popolo del centrodestra trovi un altro portatore di speranza e il sistema politico disponga di due gambe per camminare.