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La riforma elettorale
sarà incardinata al Senato

Dopo la lettera di Napolitano
Fini dà via libera a Schifani
E Grillo attacca i partiti

Secondo il leader, la modifica del cosiddetto Porcellum nasce dalla paura "che M5S ottenga il premio di maggioranza". Pdl: "Doppio turno sì ma solo con il presidenzialismo". Udc: "Fondamentali le preferenze". Pd: "Tutelare gli elettori". Ma il campo democratico si scopre improvvisamente frastagliato

Il presidente del Senato, Renato Schifani (Ansa)
Il presidente del Senato, Renato Schifani (Ansa)

Roma, 10 luglio 2012 - La riforma della legge elettorale partirà dal Senato. Il presidente Renato Schifani ha comunicato stamane al presidente della Camera Gianfranco Fini che nel corso della riunione dei capigruppo di Palazzo Madama è stato dato mandato al relatore di presentare, in un tempo definito, un testo base in commissione.

TREGUA ISTITUZIONALE - Secondo quanto si è appreso, durante la riunione dei capigruppo della Camera, Fini ha 'notificato' l'arrivo della lettera del Capo dello Stato inviata ai presidenti dei due rami del Parlamento. Nella riunione tutti avrebbero concordato sul fatto che non c'è nessuna volontà" di un braccio di ferro tra Camera e Senato" in quanto si tratta di una questione prettamente politica.

SCADENZE CHIARE - La conferenza dei capigruppo del Senato ha già stabilito un calendario preciso: i gruppi parlamentari avranno dieci giorni di tempo per mettere a punto un testo base. In commissione Affari Costituzionali del Senato ci sarà un comitato ristretto che potrà lavorare, ogni giorno e a qualunque ora, per mettere nero su bianco quel testo di riforma del Porcellum che poi dovrà essere sottoposto all'esame dell'aula di Palazzo Madama. Ma le perplessità e i distinguo non mancano. L'intesa politica non c'è, le posizioni tra i partiti rimangono distanti e c'è chi, tra gli sherpa che nei mesi scorsi si sono occupati a tempo pieno di legge elettorale, si dice convinto che alla fine si tornerà all'intesa di marzo e cioè ad un sistema proporzionale con correttivi maggioritari di minor ampiezza.

GRILLINI SCATENATI - Immediata la reazione di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle: "Nessun partito e nessuna istituzione vogliono tra i coglioni il M5S - scrive Grillo sul suo blog -. Il boom dei cittadini offende orecchie disabituate al cambiamento. L'attuale fregola per modificare la legge elettorale deriva dalla paura di mollare le poltrone, e forse anche il governo''. ''Con il Porcellum, del quale per tutta una legislatura non è fregato nulla a nessuno - spiega il comico e capopopolo - M5S potrebbe ottenere il premio di maggioranza. Per i partiti sarebbe notte. Pece nera''. Perciò i partiti potrebbero cambiare la legge elettorale. Ma su ogni possibile scenario grava ''la possibilità - secondo Grillo - di una crisi economica anticipata senza precedenti. In questo caso ci sarebbe ''l'uso di centinaia di elicotteri per la fuga della classe politica che oggi, di fronte allo sfascio del Paese, di cui ha la totale responsabilità, discute soltanto di alchimie elettorali e di alleanze''.

'NESSUN TABU' - "Non si giustificano le obiezioni pregiudiziali, del tutto strumentali, avanzate da molte forze politiche persino sulla semplice possibilità che il Parlamento discuta di una riforma in senso presidenziale" commenta Renato Brunetta, coordinatore dei dipartimenti Pdl. "Anche su questo punto - aggiunge l'ex ministro - il Pdl ha sempre dimostrato la propria disponibilità a trovare una convergenza, rinunziando alle proprie preclusioni per il sistema elettorale a doppio turno qualora esso sia congiunto con una riforma che preveda l'elezione diretta del Presidente della Repubblica".

UDC IN CAMPO - "L'appello del presidente Napolitano non può cadere nel vuoto. E' già stato fatto un lavoro tra i partiti e ci sono tutte le condizioni per fare una nuova legge elettorale" osserva Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc. "Siamo aperti al confronto - garantisce il partito di Casini - ma per noi la cosa più importante è far tornare protagonisti i cittadini attraverso le preferenze".

VOTO A MAGGIORANZA? - Il Pd è disponibile a ragionare ad un compromesso sulla legge elettorale, ma non accetterà soluzioni che "ci portano a metà tra Tangentopoli e la Grecia", ovvero sistemi basati sulle preferenze e senza un meccanismo che "permetta agli elettori di scegliere il governo". Parlando con i giornalisti davanti alla sede del Pd, il segretario Pierluigi Bersani spiegato: "Noi abbiamo la nostra proposta di doppio turno, della quale siamo convintissimi, dunque cominciamo da lì. Dopodiché, siamo sempre disposti a ragionare su altre soluzioni, a due condizioni: che la sera del voto si sappia chi governa e che gli elettori possano guardare in faccia il parlamentare". Bersani è ancora più esplicito: "Se uno mi dice (come fa il Pdl, ndr) che non ci vuole un premio o che bisogna andare alle preferenze io rispondo che non è che possiamo metterci tra tangentopoli e la Grecia". Per quanto riguarda l'ipotesi di voti a maggioranza sulla legge elettorale, Bersani è caustico: "Benissimo, noi però abbiamo alcune idee precise. Basta però col dire che i partiti sono tutti un'ammucchiata. Noi non siamo maggioranza e rispetteremo quello che si decide in Aula" promette il segretario.

SCENARI MULTIPLI - Tutto facile? Manco per idea. Perché proprio dal campo democratico arrivano segnali di progressivo disallineamento. ''A Bersani, infatti, converrebbe mantenere lo status quo, perché con questa legge vincerebbe le prossime politiche'', spiegano fonti del Pdl. E dunque, riferiscono le stesse fonti, ''anche se prendesse corpo in Parlamento la soluzione evocata da Napolitano, ossia quella di un'approvazione a maggioranza della nuova legge elettorale'', il Pd rischierebbe di arrivare diviso alla meta. Perché la scelta del sistema elettorale ''è funzionale al sistema delle alleanze. E se Bersani sembra avere già fatto la sua scelta (Casini), la sinistra del partito spinge ancora per ricostituire il vecchio asse unionista con Di Pietro e Vendola''.

INCOGNITA CARROCCIO - E la Lega? Si parla di una possibile convergenza tra Pdl e lumbard , ma anche qui il nodo è quello delle preferenze. Roberto Maroni è favorevole, purché il Pdl tuteli i padani da ipotesi di sbarramento troppo punitive. Magari assicurando la presenza in Parlamento alle forze che raggiungano la soglia richiesta in almeno due regioni. Tipo Veneto e Lombardia. Dice niente l'ipotesi?

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