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"Quello che ha detto il premier sul posto fisso è un'ovvietà, ma il problema è facilitare la riconversione nei momenti di passaggio con welfare efficace, salario minimo e un percorso per il reinserimento"
MILANO , 3 febbraio 2012 - "I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita", ha detto il premier Mario Monti. "Un’ovvietà", commenta Stefano Scabbio, numero uno dell’agenzia di lavoro interinale, formazione e selezione del personale Manpower in Italia. "E’ un dato di fatto difficile da contestare", aggiunge Scabbio.
Sì, ma poi Monti ha aggiunto che il posto fisso è monotono...
"Monotono o non monotono, è evidente che con delle fluttuazioni economiche così ravvicinate bisogna accettare una maggiore variabilità del lavoro. Già oggi non c’è più l’uomo-azienda: un giovane che entra nel mondo del lavoro oggi ha ottime probabilità di cambiare almeno quattro volte datore di lavoro nel corso della sua vita lavorativa, con una durata media di 8 anni per ciascun rapporto. I giovani che vengono da noi lo sanno bene e sono disposti a una certa flessibilità. Ma il problema non è questo...".
E qual è?
"Il problema è facilitare la riconversione nei momenti di passaggio, con un welfare efficace, che sia in grado di sostenere le persone finché non trovano un altro posto di lavoro, con un salario minimo e un percorso di formazione adatto al reinserimento. Se queste formule ci fossero in Italia, come ci sono in tutta Europa, nessuno si preoccuperebbe più di cambiare lavoro e anche il dibattito sul posto fisso sarebbe più rilassato".
Quindi il problema non sta nella resistenza al cambiamento dei singoli, ma nella carenza di strutture di supporto...
"Esattamente. In Francia, ad esempio, quando un lavoratore perde il posto di lavoro l’azienda deve offrirgli 9 mesi di training in un’agenzia del lavoro, durante i quali verrà riqualificato per il reimpiego. In questo modo il lavoratore viene stimolato a mobilitarsi, mentre in Italia ci sono solo strumenti statici, come la cassa integrazione, che inducono la passività nel lavoratore e spesso mantengono artificialmente in vita posti di lavoro o aziende che non sono più competitivi".
Così si supererebbe anche il problema dell’articolo 18...
"Se anche in Italia si trovassero delle formule di accompagnamento dei lavoratori da un posto di lavoro al prossimo, nessuno si porrebbe più il problema di una norma ormai residuale, che protegge solo il 30% dei lavoratori italiani, mentre il 70% non ha alcuna tutela. Per di più, non va dimenticato che l’articolo 18 protegge soltanto i singoli lavoratori licenziati senza giusta causa, mentre un sistema efficace di welfare protegge tutti".
di Elena Comelli
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