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Rimborsi d’oro per spese mai fatteCosì i partiti assaltano le casse di Stato

ROMA
OGGI lo ammettono tutti: con quella legge, la 157 del 3 giugno 1999, che dà ai partiti soldi di stato sotto forma di rimborso delle spese elettorali, sono stati traditi gli italiani che avevano detto «no», nel referendum del ’93, al finanziamento pubblico dei partiti. Quello che fino ad ...
ROMA
OGGI lo ammettono tutti: con quella legge, la 157 del 3 giugno 1999, che dà ai partiti soldi di stato sotto forma di rimborso delle spese elettorali, sono stati traditi gli italiani che avevano detto «no», nel referendum del ’93, al finanziamento pubblico dei partiti. Quello che fino ad allora aveva permesso ai partiti di spartirsi 82 miliardi di lire all’anno. Una batosta. Ma i gruppi parlamentari avevano trovato la soluzione alle loro esigenze di cassa. Non leggi, ma articoletti inseriti qua e là ad arte. Prima di tutto viene riesumata una vecchia norma che prevede forme di rimborso delle spese elettorali, quelle vere, e la si adegua al presente. Si va avanti così per un paio di tornate elettorali. Nel ‘97, i partiti s’inventano la «contribuzione volontaria» del 4 per mille. Ma non funziona. Così si arriva alla 157, la legge attuale, che assegna un contributo, sotto forma di rimborso elettorale, ai partiti che abbiano ottenuto almeno l’1% dei voti. Si istituiscono quattro fondi: per le politiche, le amministrative, le europee e i referendum. Ma ecco la prima sfasatura. Non si quantificano le reali spese elettorali, ma la cifra da distribuire ai partiti, determinata, per ogni anno di legislatura, moltiplicando mille lire per il numero dei cittadini iscritti nelle liste elettorali del territorio interessato alla consultazione. Dunque, nessun obbligo di presentare la nota spese. I soldi gli arrivano in tasca così, d’emblée. Fatta la legge, trovato il grimaldello per scassinare la cassaforte del bilancio pubblico. Si lavora su due fronti. Un articolo del mille proroghe 2006 svincola i rimborsi elettorali dalla chiusura anticipata di legislatura. Dunque: soldi ai partiti per cinque anni, anche se il parlamento è sciolto. Un codicillo cassato a furor di popolo, ma le nuove regole varranno solo a partire dalle prossime elezioni. Secondo terreno su cui i partiti si danno da fare è quello dell’adeguamento dell’unità di spesa, che dalle mille lire per elettore del ’99 arriva a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato i 500.

ORA in Parlamento si parla molto di come rendere trasparenti vita e bilanci dei partiti. Sette proposte giacciono in attesa ma l’iter è arenato da luglio. Un ddl a firma D’Alia-Follini prevede l’istituzione di una commissione ad hoc al Viminale per il controllo delle spese elettorali, con sanzioni ai trasgressori. Turco e Sposetti indicano invece la Corte dei conti come controllore con l’obbligo di totale restituzione in caso di frodi. Il senatore Idv Belisario propone la riduzione dei rimborsi elettorali mentre Pisicchio vorrebbe disciplinare il patrimonio dei partiti.
Stefano Grassi

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