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«Due settimane nella tormenta»Gli studenti si rifugiano in hotel

Alessandro Mazzanti
PESARO-URBINO
L’ALBA del giorno dopo, come nel film di Roland Emmerich, è quella che non arriva mai, quella che in tutto il Montefeltro, sotto i torricini di Urbino, o nella Valcesano, o nei calanchi del Catria o del Nerone, insomma in tutta questa provincia devastata dal gelo, non si ...
Alessandro Mazzanti
PESARO-URBINO
L’ALBA del giorno dopo, come nel film di Roland Emmerich, è quella che non arriva mai, quella che in tutto il Montefeltro, sotto i torricini di Urbino, o nella Valcesano, o nei calanchi del Catria o del Nerone, insomma in tutta questa provincia devastata dal gelo, non si vede da quasi 15 giorni. Tre metri di neve cattiva che riscrivono la Storia, cancellano o se va bene pareggiano le nevicate leggendarie del ’29, quella del ’56, quella del ’47. Paesaggi spariti, i fiocchi che perseguitano frazioni isolate, e la gente in trincea, perché è come se di una guerra si trattasse. È che il nemico, finora, è stato senza pietà. Nessuno c’era abituato, da queste parti.
A 83 anni, Walter Signoretti, sulla provinciale che da Pesaro porta a Urbino, spala il marciapiede di casa sua oltraggiando le coronarie, e dice che lui, una neve così, ovviamente non l’ha mai vista. A 69 anni, Domenica Gabucci, è un puntolino perso, l’ombrello che non la ripara dalle frustate del blizzard, sulla carreggiata della stessa strada che non ha più marciapiedi o confini: la signora si fa due chilometri a piedi sotto la tormenta, per andare a fare la spesa perché a casa sua ha finito i viveri e non ha auto a disposizione che la possano aiutare. Ci sono poi gli studenti di Urbino, che se possono scappano via dalla città come non era mai successo, perché hanno caldaie in casa che non funzionano, tetti pericolanti, infiltrazioni da ogni dove, e quindi «da due notti sono costretto a dormire in albergo — dice Francesco Stimolo, pugliese di Gravina, mentre aspetta a Urbino un autobus che non arriverà mai — non ce la faccio più di stare al freddo».
Poi ci sono i crolli, innumerevoli nei tetti dei capannoni degli allevatori, con gli animali che a decine restano uccisi sotto, e gli scricchiolii, per fortuna fantasma, nel tetto del palazzo Ducale di Urbania: perché in realtà (parola di sindaco, Giuseppe Lucarini), pericoli veri sulla copertura rinascimentale non ci sono mai stati. Sono stati solo spostati i globi inestimabili del Mercatore in altri locali perché si temevano le infiltrazioni di acqua. La neve ha questo, di meglio, rispetto a terremoti, incendi o alluvioni: è più soffice e (fino a un certo punto) l’arte la rispetta.

QUINDI si pensa, sbagliando, che come sia arrivata se ne vada via, e si cerca quel sole latitante che ci ha puniti, e ci ha preso anche in giro, perché fino a 15 giorni fa ha creato un autunno e un inverno tra i più siccitosi degli ultimi decenni e invece ora il cielo ha scaricato sulla terra circa 300 milioni di cubi d’acqua ghiacciata.
«Pensa che disastro — stima un dirigente della Protezione civile — se arriva una sciroccata e fa sciogliere tutto». L’ultima beffa, sarebbe, di questo gelo mannaro che non se ne vuole andare.

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