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Rimini imbiancata come nel film di Fellini. Il vento siberiano cancella le rughe del Grand Hotel, un iceberg in stile liberty piazzato davanti al mare
Rimini, 12 febbraio 2012 - SPROFONDA la Rimini felliniana in mezzo metro di neve. Il vento siberiano cancella le rughe del Grand Hotel, un iceberg in stile liberty piazzato davanti al mare.
È l’anno del ‘nevone’, azzardano i riminesi, conciati come eschimesi sul lungomare battuto dal blizzard. Quello evocato da Fellini resta un miraggio, soltanto un amarcord. Il Maestro seppellì la Rimini del film in due metri di nostalgia cangiante. Scorrono le immagini del posteriore della Gradisca bersagliato dalle palle di neve: «Gradisca senti questa...», gridano lanciandole verso una meta per loro inafferrabile.
È IL NEVONE del ’29, quello che Fellini — allora bambino — rievoca nella pellicola che proietta per sempre Rimini nei luoghi del mito. Nella realtà andò molto peggio, per settimane la città rimase isolata, assediata dalla fame e da un muro di ghiaccio da cui si liberò soltanto in aprile. Federico incamerò quelle emozioni per trasformarle in frammenti di pura poesia. La scena del pavone che atterra nella piazza del borgo contiene l’essenza della riminesità.
Lo stupore dei ragazzi, lo sguardo perso della Gradisca e quella frase buttata là, davanti all’animale che appollaiato sulla fontana, allarga la ruota: «Oscia... che pataca!». Magia e disincanto: dunque Rimini, con le sue contraddizioni, capace di stupire ma anche di non prendersi mai sul serio fino in fondo.
A DISTANZA di quasi un secolo la stessa piazza innevata, solcata dalle ruspe e da bande di ragazzini bardati come fosse Madonna di Campiglio. Il Titta di Fellini portava invece le baghe corte. Ma le cambiali e i soldi hanno cambiato anche il paesaggio umano. Fiocca come allora, ma non c’è traccia di battaglie a palle di neve. Si scia in spiaggia con i maestri di Cortina. Anche questa una bizzarria, non solo meteorologica.
Sono stanchi, i riminesi, di starsene chiusi in casa. Lo scrivono ai giornali e su Facebook.
«Viene giù ancora... l’é quatre dé (giorni) che rompe i c...», strepita alla finestra il padre in ‘Amarcord’. Il concetto è lo stesso, cambia il mezzo. Si lamentano per 50 centimetri e un vento che taglia la faccia, mentre a pochi chilometri dal mare i borghi della Valmarecchia resistono sotto il peso di quattro metri di neve caduti in dieci giorni.
«TUTTA QUESTA NEVE... mi ricorda tanto il nevone di Amarcord», fa sapere da lassù Tonino Guerra, aggrappato ai suoi 92 anni e alla borsa dell’acqua calda.
Lo sguardo perso lontano, a solcare quel mare bianco con la ruota del pavone.
di Carlo Andrea Barnabè