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E sull’articolo 18 si gioca la sfidatra Bombassei e Squinzi

Mario Fornasari
MILANO
IL GIGANTE dei freni, che non frena quasi mai. Il patron degli adesivi, che si fa collante tra le varie anime. Sfida bella e non scontata quella tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, due numeri uno, due alfieri dell’export, due candidati alla guida delle 148 mila imprese ...
Mario Fornasari
MILANO
IL GIGANTE dei freni, che non frena quasi mai. Il patron degli adesivi, che si fa collante tra le varie anime. Sfida bella e non scontata quella tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, due numeri uno, due alfieri dell’export, due candidati alla guida delle 148 mila imprese iscritte a Confindustria. Il primo ha accompagnato e poi condotto l’azienda del padre, la bergamasca Brembo, fino a trasformarla in un’azienda da oltre cinquemila dipendenti che è stabilmente tra i leader mondiale nella produzione di apparati frenanti. Squinzi vuol dire Mapei, cioè un gruppo che corre al vertice della produzione planetaria di adesivi e materiali per l’edilizia grazie a 46 stabilimenti in 26 paesi.

ATTORNO A LORO ruotano le ambizioni e le speranze di 100 strutture provinciali da oltre mezzo miliardo di euro in quote associative, sui due capitani d’industria insistono un po’ di malumori interni da dipanare e un decalogo di obiettivi generali da ridefinire. Primo fra tutti il modello di contrattazione industriale: duro Bombassei, vicino alle posizioni della Fiat nel sollecitare l’estensione dei «modelli Lingotto» degli accordi ad aziendam, siglati con la maggioranza del consenso dei dipendenti ma estromettendo i sindacati non firmatari. Più sfumato Squinzi, che cita il paese di Togliatti e De Gasperi per invocare un’Italia più concorde e meno conflittuale. Il distillato più significativo delle due anime ha come etichetta l’articolo 18: non l’unico tema di discussione per Bombassei, ma sicuramente argomento decisivo, un vincolo che le imprese sentono pesante. Un capitolo da modificare anche sperimentalmente — dice — per vedere l’effetto che fa sul mercato del lavoro e sulle assunzioni. Squinzi non sottovaluta, ma lo relega come ultimo dei temi e non lo cita tra i punti prioritari del programma. Ciò nonostante non vuole essere giudicato una «colomba».

CONFINDUSTRIA si schiera: la potente Assolombarda sta con il patron di Mapei, Lazio e Liguria pure, il Sud anche, tanto da irritare il presidente della Brembo che ha risposto con una lettera al Comitato Mezzogiorno nella quale contesta la «riunione frettolosa integrata da un consenso irritualmente raccolto con mail e telefonate». Ma il confronto è tutt’altro che chiuso: Bombassei attacca chiedendo una profonda revisione di Confindustria, ormai vecchia e inadatta nella sua struttura a reggere l’impatto della rivoluzione economica e finanziaria degli ultimi anni. Avvelenata dalla faziosità politica. Squinzi preferisce elencare le priorità del paese: politica fiscale e snellimento burocratico, fino alla politica energetica che oggi affonda le imprese. Su tutto una incognita: dopo l’uscita di Fiat, acquistano ulteriore peso le aziende pubbliche come Eni, Telecom, Finmeccanica. Che addirittura ipotizza di copiare lo strappo di Marchionne se la confederazione non cambierà passo: «Oggi i benefici che riceviamo dall’appartenenza a Confindustria non sono proporzionati all’impegno economico che sosteniamo» avverte Giuseppe Orsi, neopresidente del colosso dello spazio, in una lettera bipartisan. Minacciosa.
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