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«Andiamo a riprenderci i marò»La sorda rabbia del ‘San Marco’

dall’inviato

Alessandro Farruggia
BRINDISI
«IO DICO solo: sono fratelli nostri. Andiamoli a prendere». Sulla caserma ‘Carlotto’ di Brindisi, casa del battaglione San Marco, cade una pioggerellina fine che inzuppa la mimetica del maresciallo dei marò. I commilitoni al suo fianco, un sergente e un caporale sulla trentina, annuiscono. Sono appena smontati e ...
dall’inviato

Alessandro Farruggia
BRINDISI
«IO DICO solo: sono fratelli nostri. Andiamoli a prendere». Sulla caserma ‘Carlotto’ di Brindisi, casa del battaglione San Marco, cade una pioggerellina fine che inzuppa la mimetica del maresciallo dei marò. I commilitoni al suo fianco, un sergente e un caporale sulla trentina, annuiscono. Sono appena smontati e aspettano di tornare in città. «Io dico — argomenta il più anziano di loro, in forza alla Compagnia operazioni navali, la stessa del team di scorta alla ‘Enrica Lexie’ — che la politica ha fallito e che gli indiani giocano sporco. E allora lasciateci risolvere la cosa alla nostra maniera. Siamo pronti ad offrirci volontari. E come noi, tanti». A mezza voce qualcuno l’ha anche fatto sapere ai superiori, beccandosi una lavata di capo. «Andare a prenderli? Sono cose che si dicono per sfogare la tensione — smorza dal suo ufficio all’Arsenale il contrammiraglio Pasquale Guerra, comandante della Forza da sbarco della Marina Militare — ma i nostri sono uomini responsabili, c’è rabbia ma anche fiducia. Il governo si è mosso con determinazione. Sono convinto che una soluzione si troverà».

NEL PARCHEGGIO fuori dalla caserma, quelli che escono alla spicciolata indossando il basco come una bandiera ne sembrano meno convinti. Composta, la rabbia del reggimento San Marco è molto forte. «Io — argomenta un sergente maggiore — non dico che vogliamo l’impunità. Dico che dobbiamo processarli noi italiani, lo consentono di fare le leggi internazionali: se hanno fatto una cazzata, e non credo proprio, è giusto che paghino. Ma non mi va che siano ostaggio di uno Stato straniero, e non mi va che ci dipingano come mercenari. Per fare quel lavoro prendiamo la stessa indennità che prendiamo se siamo imbarcati nello Jonio, quindi molto poco. Va bene. Ma una cosa la pretendiamo, rispetto. Per il nostro lavoro e per le famiglie di questi ragazzi».
Già, le famiglie. La Marina fa di tutto per star loro vicino, ma a loro non basta. «Vado in India da Salvatore, ha bisogno di me. Non ha senso aspettare qui», dice al telefonino Giovanna Ardito, per tutti Vania, la moglie di Salvatore Girone. Ha lasciato i due figli alla sua famiglia ed è partita.
«Quelli che hanno preso sono dei professionisti — racconta un maresciallo istruttore che ha avuto tra i suoi allievi Girone e conosce da vent’anni Latorre — La cosa più assurda è pensare che si possano essere fatti prendere la mano. Latorre è un tecnico certificato in sistemi di combattimento, specializzato in armi portatili. E gli parte una raffica? Ma fatemi il piacere». Si avvicina un gruppetto di marò della task force Aquila che sta rientrando dall’Afghanistan.

«ASCOLTI — dice un maresciallo capo sulla quarantina, basso e roccioso — ogni proiettile ha un nome, un cognome e un indirizzo. È marcato dall’arma che lo ha sparato. I colpi che ci danno sono contati, si sa esattamente quanti sono. Se gli indiani sono così convinti che i nostri fratelli hanno ammazzato quella povera gente perché non prendono un proiettile e lo comparano? Glielo dico io perché, perché sennò si smonta tutto il castello di carte. Magari lo faranno ma ad elezioni finite. Perché a questo serve la sceneggiata».
«Di certo — chiosa il contrammiraglio Guerra — con il senno di poi si può dire che se uno è in acque internazionali e si verifica un problema mai e poi mai dovrebbe entrare in acque territoriali, per buona che sia la scusa che ti propongono». Francamente il minimo, anche senza il senno di poi.
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