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Nell’ospedale di frontieraanche i vandali all’assalto

Giambattista Anastasio
MILANO
È STATO inaugurato nel 1931. Allora nacque come «sanatorio» per i malati di tubercolosi. E porta il nome del medico milanese che della cura alla tubercolesi ha fatto una missione: Luigi Sacco. Dal 1931 ad oggi l’ospedale Sacco resta tra i migliori nosocomi per la cura delle malattie ...
Giambattista Anastasio
MILANO
È STATO inaugurato nel 1931. Allora nacque come «sanatorio» per i malati di tubercolosi. E porta il nome del medico milanese che della cura alla tubercolesi ha fatto una missione: Luigi Sacco. Dal 1931 ad oggi l’ospedale Sacco resta tra i migliori nosocomi per la cura delle malattie infettive. Ma resta, anche, un ospedale di periferia: situato nel quadrante nord-ovest di Milano, non è semplice raggiungerlo con i mezzi pubblici. Ospedale di periferia e per certi versi «di frontiera». Già, perché vicino c’è il campo nomadi di Baranzate. E Laura Dolcetti, direttrice di presidio del nosocomio, non ha difficoltà ad ammetterlo: «Siamo il punto di riferimento dei rom. Qui vengono spesso». Molte donne per partorire o far curare i figli. «Del testo il campo è qui dietro», constata Dolcetti. Ma al Sacco si rivolgono anche uomini rom. E talvolta è qui che iniziano i problemi. Dolcetti minimizza: «Episodi isolati, che succedono dappertutto e in ogni ospedale».
I degenti incontrati ieri mattina in pronto soccorso svelano qualche malumore in più: «Vengono qui in massa, anche se è uno solo che deve essere curato. E spesso perdono la pazienza se c’è da aspettare». Già, nell’ultimo anno si sono contati una decina di atti di vandalismo: una volta è stato infranto il vetro del Triage, un’altra la porta a vetro all’ingresso del pronto soccorso. Dolcetti spiega: «Atti di aggressività, certo. Ma non sono limitati solo ai rom. I pazienti che si danno ad atteggiamenti aggressivi sono pochi e anche italiani». «Siete venuti nel giorno sbagliato — ci dice però un’addetta al Triage intorno alle 11.30 di ieri —. Oggi è tutto tranquillo, certi giorni invece...». Ospedale di periferia e di frontiera. Un ospedale, il Sacco, che esemplifica bene la difficoltà con la quale i nosocomi milanesi si sono dovuti adeguare ad una città sempre più grande e popolata. Nonostante i tanti ammodernamenti la sala d’attesa del pronto soccorso del Sacco è, per dimensioni, ancora quella di un ospedale di quartiere: piccola, circa 80 metri quadrati, solo 32 posti a sedere. Ogni anno si rivolgono al pronto soccorso del Sacco 51mila pazienti.

UN SEMPLICE calcolo: 140 al giorno di media. E uno su 4 deve restare in piedi. Dal primo al 22 febbraio, giorni del grande freddo inclusi, i tempi di attesa — comunicano dall’ospedale — sono stati di 130 minuti per i codici bianchi, 78 per i codici verdi e 34 per i codici gialli. Tempi da idillio. I pazienti incontrati ieri mattina al pronto soccorso assolvono l’ospedale: «È capitato di entrare in sala d’attesa alle 10 e uscire dall’ospedale alle 18. Ma a giorni ce la si sbriga anche in 3 ore».
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