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«Manca il sostegno
alle persone in difficoltà
e questa è la conseguenza»

Matteo Massi
«NON ce la faccio più». È il grido di disperazione, declinato nelle diverse inflessioni dialettali del nostro paese, che si ascolta ormai in maniera ricorrente. E spesso non si fa nemmeno in tempo ad ascoltarlo, perché imprenditori, operai, pensionati e semplici cittadini decidono di farla finita prima. Anche ieri ...
Matteo Massi
«NON ce la faccio più». È il grido di disperazione, declinato nelle diverse inflessioni dialettali del nostro paese, che si ascolta ormai in maniera ricorrente. E spesso non si fa nemmeno in tempo ad ascoltarlo, perché imprenditori, operai, pensionati e semplici cittadini decidono di farla finita prima. Anche ieri il registro dei suicidi si è arricchito di altre due vittime. Giovanni Vancheri, siciliano di San Cataldo (Caltanissetta), aveva 54 anni. Faceva l’idraulico part time, perché aveva una pensione d’invalidità a causa di una cardiopatia che lo aveva costretto a chiudere il negozio. Ma con quella pensione non riusciva a mantenere la famiglia (moglie e figlia) e non riusciva a trovare nemmeno un piccolo lavoro per arrotondare le magre entrate. Ieri si è dato fuoco nella sua auto. I vigili e i fratelli l’hanno trovato, quando ormai non c’era più niente da fare. Giuseppe Rennola invece, pugliese di Molfetta, aveva 46 anni e un’impresa che si occupava di impiantistica. Avanzava diversi crediti da enti pubblici e non riusciva, proprio perché quei crediti non venivano liquidati, a ottenere soldi dalle banche. Si è tolto la vita impiccandosi e lasciando un biglietto con quel grido di disperazione ai propri parenti (moglie e due figlie). Da Molfetta a Torino. Mario Trombone ha 73 anni. Lui ci ha provato a farla finita e ora si trova ricoverato in gravi condizioni in una stanza dell’ospedale di Torino. «Sono oppresso dalle tasse. E non so più come mandare avanti l’azienda». Un colpo di pistola alla testa per sfuggire alla crisi. A quella realtà diventata un’affannosa corsa per far fronte a tutte le scadenze imposte dai balzelli. Ora lotta per la vita. E a Porto Torres, in Sardegna, un disoccupato ha provato a darsi fuoco davanti al municipio.

E NELLA GIORNATA in cui le sedi di Equitalia e delle Agenzie delle Entrate sono state prese d’assalto, anche la Chiesa ha provato ad alzare la voce. Ha cominciato il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, all’indomani del gesto estremo di un 63enne che si è tolto la vita davanti al Santuario di Pompei. «I suicidi — dice — sono la conseguenza dell’assenza di sostegno e del mancato rispetto». Ma Sepe pensa ai morti dell’ultima settimana nella sola Campania — cinque suicidi per la crisi — e alza il tiro: «Questa è una guerra mondiale. Le responsabilità? Ognuno deve assurmersele nel rispetto del proprio ruolo. La gente deve avere delle risposte concrete per evitare che scelga conseguenze così estreme». E il cardinale fa anche un mea culpa. «La chiesa non ha fatto quanto doveva e si è arroccata nel recinto ecclesiastico». Mentre Sepe, da Napoli, lanciava il suo monito, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente Cei, rafforzava il concetto da Genova: «Se società, forze politiche e imprenditoriali, banche riescono a fare reti per sostenere crescita e sviluppo, nessuno si sentirebbe talmente solo da fare gesti inconsulti».

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