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La sofferenza nel campo multicolore del paese distrutto dal sisma. C'è chi preferisce dormire in una vecchia Fiat più malandata della sua casa
dall'inviato Lorenzo Sani
Cavezzo (Modena), 1 giugno 2012 - I cinesi non si sa dove siano finiti. Spariti. «Stavano là in fondo, dove la strada si restringe», indica un tipo in canottiera che sembra montare la guardia alla tendopoli del Palazzetto dello Sport. I cinesi ci hanno ormai abituato alle sorprese. Appaiono, scompaiono e non per colpa del terremoto. Tutti gli altri, casomai.
Che fine ha fatto un paese intero, un paese come Cavezzo, 7.350 abitanti all’ultimo censimento, di cui una significativa e crescente quota non autoctona? Nella tendopoli che i volontari della Protezione Civile abruzzese hanno allestito a marce forzate e che già ieri ha potuto somministrare i primi pasti caldi in mensa, sono stati assegnati 150 posti letto. «Stiamo aspettando altre tende per raddoppiare più o meno la capienza, che arriverà, diciamo, sulle 250 persone» ci aggiornano al centro informazioni.
Attorno alle tende blu che rappresentano ormai il corollario cromatico delle calamità naturali, una miriade di tende colorate, verdi, marron, alcune prestate dagli scout, altre da un negozio di trekking, altre ancora, la maggior parte, acquistate da Dechathlon, il colosso francese dello sport a buon mercato che ha sicuramente fatto affari d’oro nei giorni della grande paura e che per questo dovrebbe indirizzare con generosità un bel po’ di sms al 45500 della Protezione Civile.
E c’è ancora tanta gente che dorme in auto, anzi, ci vive in auto perchè non sa più dove andare, non ha più una casa, un bar, un ufficio, un qualsiasi posto con quattro pareti e un tetto che non vacilli. Una vita da strada, sotto il sole e gli scrosci, una vita da lavavetri a questo strano incrocio col destino.
Tende e teli in ogni cortile, accampamenti che raccolgono famiglie e spuntano spontaneamente nel giardino, perchè la gente non va via, come vorrebbe il prefetto Gabrielli, l’uomo normale al vertice della Protezione Civile dopo Superman Bertolaso, non si allontana da casa, la tiene d’occhio. Anche a L’Aquila la gente non voleva andare via, negli alberghi di Silvi e Pescara, ma una città intera rasa al suolo e oltre 300 vittime non possono essere prese a paragone. Eppure la reazione della gente è la stessa.
Santino, uno degli ultimi casari locali prima che a maneggiare vacche e forme di formaggio arrivassero gli indiani, non cede alle lusinghe della tendopoli, alla compagnia che lui chiama casino, ma preferisce orbitare in quel punto dell’orizzonte che per la toponomastica urbana ha un nome che non cancella il senso indefinito del nulla che talvolta svela la Pianura Padana: via di Mezzo. Vive dal 20 maggio in cortile, un lenzuolo steso tra gli alberi come pergolato e per giaciglio una vecchia Fiat che non si capisce se sia messa peggio l’auto o la casa colonica sfregiata dalla crepa a croce di Sant’Andrea tanto perfetta da sembrare uscita dal manuale dei terremoti. «La paura è avere i muri addosso», dice. No: la paura fa diventare filosofi.
Giovanna del Mondo era campeggiatrice anche prima di quello che è successo. Non è stato un problema per lei traslocare nella tenda. Il marito, Rino Fattori, è medico e si trova al lavoro. «Dopo la seconda scossa i tre figli li abbiamo mandati da un’amica a Ovada e qua siamo rimasti noi. Non so quando troverò la forza di rientrare in casa: è una sensazione orrenda svegliarsi nel cuore della notte con le pareti che ballano, la roba che vola da tutte le parti». Giovanna e il marito sono un po’ i pionieri nell’area del palazzetto di Cavezzo, mentre nella struttura di legno del circolo tennis, dall’altra parte del paese, per uno strano modello di selezione, sono sfollati soltanto stranieri. Non sono razzisti nella Bassa modenese, «ma è meglio così». «Abbiamo scelto il palasport perché eravamo lontani da tutto» spiega Giovanna. «Poi, un po’ alla volta, sono arrivati altri e ora sorge una tendopoli».
Pillole di filosofia anche da Antonio Tuccillo, trapiantato di fegato. «La vita è strana: ho fatto il muratore per 50 anni e adesso ho paura dei muri».
A qualche chilometro di distanza, nel centro sportivo di Medolla, la Protezione Civile molisana ha allestito un campo che potrà ospitare 900 posti letto: un paese in tenda, tende gonfiabili, di nuova generazione. Ma quelli che continueranno a vivere per strada, dopo le scosse di ieri, saranno sempre di più.
dall'inviato Lorenzo Sani