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Guerra dei pomodori
Nord contro Sud
"Quelli coltivati qui
sono più sicuri"

La pubblicità Pomì fa infuriare la Campania. L'azienda: solo trasparenza di ACHILLE PEREGO

Coltivazioni di pomodori nella Terra dei Fuochi (Olycom)
Coltivazioni di pomodori nella Terra dei Fuochi (Olycom)

UNA PAGINA PUBBLICITARIA di un’azienda che produce conserve e le dichiarazioni di un pentito della camorra. Sono solto due degli aspetti dell’ultimo intreccio di cronaca italiana. Sabato scorso su molti giornali italiani è uscita una pagina in cui Pomì specifica di «utilizzare solo pomodori freschi coltivati nel cuore della Pianura Padana». Il giorno prima l’eco delle dichiarazioni del pentito di camorra, Carmine Schiavone, era ripiombata nelle case degli italiani. La deposizione di Schiavone davanti alla commissione parlamentare sui rifiuti era datata 1997, ma fino alla scorsa settimana c’era il segreto di stato sulle parole del collaboratore di giustizia che ha raccontato di come siano state sistematicamente avvelenate le terre, tra le province di Napoli e Caserta, con l’interramento di rifiuti. E la macabra profezia di Schiavone è stata più o meno questa: «Tra vent’anni laggiù moriranno tutti di tumore». La tempistica della pubblicità di Pomì ha fatto pensare a una rassicurazione ai propri consumatori. Ma le polemiche sul «pomodoro nordista» sono scoppiate. A insorgere la Campania. Il governatore Caldoro ha detto: «I nostri pomodori sono i migliori e sono controllati». E il ministro De Girolamo: «No alla distinzione geografica sui pomodori, il made in Italy è unico».


Achille Perego

MILANO, 5 novembre 2013 - «SOLO da qui. Solo Pomì». Lo slogan del marchio di proprietà del Consorzio Casalasco del pomodoro dal 2007 (quartier generale a Rivarolo del Re in provincia di Cremona), con tanto di cartina geografica che indica il 75% della produzione (da parte di 300 aziende agricole per quattro stabilimenti di trasformazione che danno lavoro a oltre 600 addetti) in Lombardia e il resto in Emilia Romagna (20%), Veneto (4%) e Piemonte (1%), ha scatenato una vera e propria bufera. Un brand vincente del made in Italy (+13,8% i ricavi in Italia e +17,2% l’export nel 2012), che ha sempre fatto della tracciabilità e della qualità del prodotto un must aziendale, la cui rivendicazione d’origine non è affatto piaciuta nella Campania della Terra dei fuochi.

Come è nata l’idea di questa campagna?
«Questo annuncio — risponde Costantino Vaia, managing director del Consorzio Casalasco del pomodoro e presidente di Pomì Usa — nasce con l’intento di essere il più trasparente possibile, anche in virtù della richiesta, sempre più insistente negli ultimi mesi, da parte di consumatori e catene della Gdo nazionale e internazionale in merito alla provenienza del nostro pomodoro. Da sempre abbiamo dichiarato con molta chiarezza quale sia la filiera dei nostri prodotti, non è certo la prima volta».

Dove vengono coltivati i pomodori che utilizza Pomì?
«I nostri prodotti nascono in aziende agricole radicate nei territori delle regioni Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Tutto il pomodoro che lavoriamo è conferito unicamente dai nostri soci. Per fornire la massima trasparenza possibile due anni fa abbiamo creato Pomì Trace, un sistema tecnologico e informatico che permette a tutti di rintracciare l’origine dei prodotti a marchio Pomì».

Che cosa pensa delle polemiche innescate dalla campagna e del boicottaggio promesso dal web?
«Non era nostra intenzione creare alcun tipo di polemica né, tantomeno, discriminare i prodotti del Sud Italia di cui abbiamo massimo rispetto. La nostra intenzione era dare un messaggio alle tante persone che ci hanno chiesto un chiarimento, nel rispetto del lavoro delle nostre aziende agricole e del personale dipendente».

I controlli delle autorità italiane sui produttori sono adeguati per garantire la qualità delle produzioni?
«I controlli garantiscono i massimi standard internazionali in termini di qualità e salubrità del prodotto».

Quali sono i rischi legati alle importazioni, a partire da quelle dalla Cina?
«Il rischio è che non ci sia consapevolezza da parte del consumatore. Riteniamo che sia corretto migliorare ed implementare un sistema di etichettatura che, in modo trasparente, permetta a ogni consumatore di conoscere l’origine di quanto acquista».

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