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Speciale Racconto estate 08

RACCONTINO DELL'ESTATE / 43

Estate di periferia

Chiara Sibaldi, 44 anni, insegnante precaria di Montecatini, "casalinga, moglie, madre" e autrice di "riflessioni"

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La periferia della città finiva proprio lì dove abitavo io, poi iniziava la campagna fatta di cascine. I campi di grano e di granturco erano circondati da prati incolti e stradicciole sterrate, ogni tanto, quà e là, si vedevano spuntare dal terreno pozzi in pietra. C’era una linea invisibile che divideva questi due mondi: se guardavo alla mia destra vedevo palazzi e strade asfaltate, se voltavo di poco più a sinistra lo sguardo il verde e la campagna mi avvolgevano nei colori.
Potevo percepire il trascorrere della stagioni solo osservando le chiome degli alberi da frutto che, in primavera, esplodevano di fiori e macchiavano di bianco o di rosa l’orizzonte; in estate poi si trasformavano e diventavano verdeggianti ombrelli carichi di frutti profumati. Correvo verso i campi e respiravo l’odore dell’erba fresca appena tagliata e dalla terra lavorata. Mi piaceva abbracciare con lo sguardo il susseguirsi irregolare di orti e canneti, di vigne e cipressi.

Durante l’estate i sentieri sterrati impolveravano le mie scarpe, ma ciò non mi dava fastidio perchè, forse, inconsapevolmente, ogni granello di polvere che mi si attaccava addosso mi sarebbe servito poi per ricordare quei luoghi, purtroppo, molto presto, non ci sarebbero più stati. Con la calura estiva noi bambini ci divertivamo a correre in mezzo ai campi di grano dorato, facendo a gara per cogliere i papaveri più grossi e rossi che spiccavano in mezzo a quelle gialle distese. Proprio dietro casa una stretta strada sassosa curvava leggermente per poi costeggiare un casale abbandonato.
Le finestre, dalle persiane scrostate e dalle inferriate arrugginite, si affacciava su una piccola aia fatta di pietre squadrate, in mezzo alle quali, ormai, cresceva altae rigogliosa l’erba. Il tetto della cascina era quasi intatto e solo qua e là le tegole erano sconnesse. Fino a qualche anno prima c’era ancora vita intorno a quella casa: la famiglia di anziani contadini si riposava della dura giornata nei campi, seduta sotto un grande labero, richiamando, di tanto in tanto, il vecchio cane che, correndo, abbaiava a coloro che passavano nei dintorni.

Guardare la campagna al tramonto di un qualsiasi giorno d’esate era rilassante; ascoltavo i grilli che cantavano fra l’erba, chissà dove, e io, bambina aspettavo con impazienza che calassa il buio per vedere , all’improvviso, illuminarsi la sera di piccole luci intermittenti che volteggiavano nei campi.
La caccia alle lucciole iniziava.
A piccoli gruppi noi bimbi uscivamo fuori per prendere al volo, ma con delicatezza, le piccole bestiole; ognuno faceva a gara con l’altro per metterne il maggior numero dentro ad un vaso di vetro.

Le grida di gioia e le risate si mischiavano alle parole di una filastrocca che tutti noi conoscevamo: "Lucciola, lucciola vien da me che ti dò il pan del re, il pan del re e della regina, lucciola, lucciola vien vicina".
Era bello, una volta tornati a casa addormentarsi lasciando che ad illuminare la stanza fosse solo il chiarore della debole gialla fluorescenza delle lucciole










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il raccontino dell'estate

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