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A cura di
Matteo Leonelli
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08/05/2007 18:52
I CONFINI DELLA MEDICINA

Hiv, il virus diventa "buono"
e aiuta a curare il Parkinson

L'esperimento in un laboratorio di San Francisco: l'obiettivo è far sì che l'Hiv reso innocuo induca la produzione di cellule dopaminergiche, perché è proprio la dopamina a mancare in chi è affetto da malattie neurovegetative

Roma, 11 aprile 2007 - A volte i cattivi diventano buoni. E questo vale non solo per gli uomini, ma anche per temibili virus. Uno dei più terribili, l'Hiv, trasformato in un virus 'buonò in un laboratorio di San Francisco è stato iniettato a dicembre scorso in un uomo malato di Parkinson.

L'obiettivo è far sì che l'Hiv reso innocuo induca la produzione di cellule dopaminergiche, perchè è proprio la dopamina a mancare in quanti devono fare i conti con questa malattia neurodegenerativa. A spiegarlo è Fabrizio Stocchi, direttore del Centro Parkinson e disturbi del movimento dell'Irccs San Raffaele di Roma, che oggi nella capitale ha tracciato le nuove frontiere della ricerca su questa patologia.


Non solo cellule staminali, dunque. Anche «la terapia genica potrebbe rappresentare il futuro più promettente in campo di Parkinson». E Stocchi non nega di credere molto nella sperimentazione partita a dicembre scorso nei laboratori californiani di San Francisco.


«Tra i virus che modificano l'Rna dell'ospite è stato scelto il virus per eccellenza: l'Hiv - spiega il neurologo - Questo entra nel linfocita, si attacca all'Rna, lo trasforma e induce la cellula a suicidarsi. L'Hiv reso buono, invece, è stato inserito nelle cellule gliali e gli è stato attribuito un corredo genetico per cui modifica l'Rna inducendolo a riprodurre fattori d'accrescimento che portano alla produzione di cellule dopaminergiche. Ora bisognerà attendere fine 2008 per avere i primi risultati».

 E vedere se l'Hiv 'buonò potrebbe sostituire i farmaci che vengono usati per aumentare i livelli di dopamina prodotti nel cervello.

 

Sul fronte delle cellule staminali, invece, «ci troviamo di fronte a due problemi - spiega Stocchi - Uno di ordine prettamente nazionale», ovvero il divieto italiano di usare cellule staminali embrionali. «Quelle adulte - precisa il neurologo - sono più difficili da differenziare, e indubbiamente presentano più limiti in questo ambito di ricerca».


Altro problema, che invece 'scavalcà i confini nazionali, «è il controllo della crescita di queste cellule, problema che riguarda sia le staminali adulte che quelle embrionali. Le staminali, infatti, sono cellule multipotenti: se non si riesce a controllare la loro crescita, queste possono dar vita a tumore. Succede ancora in un animale su tre».


Anche la «connessione con gli altri sistemi dell'organismo» è fonte di non pochi problemi. «Questa capacità è ancora scarsa - ammette Stocchi - È come se avessimo una batteria potente e carica, ma fossimo privi dei cavetti necessari per far ripartire la macchina».
Le staminali, tuttavia, continuano a rappresentare un pilastro fondamentale nella nuova frontiere di lotta al Parkinson.


«È infatti possibile utilizzarle - evidenzia il ricercatore - come 'serbatoì, cioè come fonti per contrastare la malattia. Dalle staminali, infatti, possiamo prendere dopamina, fattori di accrescimento, lo stesso Rna e molto altro ancora. Possiamo 'sfruttarè queste cellule tenendole comunque fuori dall'organismo, in modo che se dovesse svilupparsi il tumore questo comunque resterebbe fuori». In altre parole, coltivarle in laboratorio senza iniettarle nel malato, privandole di tutto quel che occorre per fronteggiare la malattia.

 

Il trapianto di cellule staminali nel sistema nervoso di un uomo non è mai stato realizzato finora. «Ma se dovessimo arrivarci - assicura Stocchi - sicuramente il primo intervento di questo tipo verrebbe fatto su un malato di Parkinson. La parte danneggiata in questi pazienti, infatti, è circoscritta, estremamente localizzabile, mentre in un malato di Alzheimer, ad esempio, è estesa all'intera corteccia celebrale».


Le novità non mancano, infine, anche sul fronte dei farmaci. «Non solo medicinali - precisa il neurologo del San Raffaele - ma anche tecniche terapautiche innovative. Tra queste, ad esempio, l'infusione di levodopa nell'intestino dei pazienti più gravi, per dare costanza alla terapia annullando gli alti e bassi che la contraddistinguono».

 

Mentre a fine anno dovrebbe arrivare «il primo cerotto che contiene un dopamino-agonista: il rotigotino». Con il cerotto, i malati potrebbero finalmente dire addio alle 3 o 4 compresse al giorno che sono costretti ad assumere oggi. Ma che comunque potrebbero trasformarsi in un unica compressa nel 2008, anno in cui dovrebbe arrivare sul mercato «un dopamino-agonista a lento rilascio».


Grande attese, infine, sulla rasagilina, un inibitore della monoamino-ossidasi di tipo B (MAO-B ). «È in corso un grande studio - conclude Stocchi - per verificare se questo promettente farmaco è in grado davvero di rallentare il decorso della malattia».

 

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